Se dovessi tirare a indovinare, direi che quell'aereo era pieno di teste d'osso. Allora torno in galea, la mia cella di prima. Non c'è niente di buono da mangiare; tutti i vassoi che ho tirato fuori per entrare in quel buco sono stati vuotati, quel delizioso sugo di carne au jus si è trasformato in altrettanto catrame marrone. Ma più su, nel bar, c'è un bel cesto di quelle patatine che avevo chiesto alla mucca dei cieli Carolina. Così mi riempio le tasche, e prendo qualche bottiglia di gin, dato che le piccole vodka sono finite...

E quella cosa dritta dietro le prese d'aria, non è una bottiglia di Stoli?

Mio Dio, questa dev'essere la mia notte fortunata. E non è nemmeno una piccola, per la verità, è un litro intero, e ancora da aprire. Era il vizietto segreto di Capitan Bob? O forse la vecchia Carol la teneva per i passeggeri migliori? Mi chiedo che aspetto ha la vecchia Carol nel suo vestitino di ossa.

Ah, Stoli, Stoli...

Scarico le bottiglie piccole piccole di gin; siamo io e la mia grande bottiglia di vodka, e sono pronto a partire.

In piedi fuori dalla porta aperta davanti a una delle rampe, dò una sbirciatina nella notte fiacca di Los Angeles. Niente male. Alcune stelle brillano attraverso il fango, dev'essere una buona notte a L.A. Chissà se c'erano delle feste a cui avrei dovuto andare? Ci sono sempre i night-club, in mancanza d'altro. Anche se gli ossi probabilmente ci sono già stati. Credo che finirò su per le colline di Hollywood, ma non resisto a dare un'occhiata al centro, prima di andare.

Penso perfino di avere un buon mezzo sicuro per andarci.

Vecchio Roger, vecchio Squalo, sempre a pensare.

Okay, ora di andare.

La rampa non è fissa come dovrebbe; infatti dev'essere stata sforacchiata da qualche proiettile, perché è piuttosto sgonfia, e mi fa fare un bello scivolone. Ma per fortuna in fondo c'è ancora un po' d'aria, e mi salva le chiappe.

E non lascio cadere la Stoli, grazie a Dio.

Gironzolo per l'aeroporto. Non è sereno come pensavo da lassù in alto, infatti sta cominciando a piovigginare. Quelle stelle che credevo di vedere erano aeroplani, e uno sta atterrando proprio in questo momento, ed è tempo di stare bassi. Lo sciocco atterra e mi rulla accanto. Come mi aspettavo vedo una coppia di teste d'osso ai comandi, con le cuffie e tutto il resto.

Come diceva mio padre, il mondo sta cambiando, figliolo.

Giusto, papà.

È una passeggiata più lunga del previsto, per arrivare dove voglio. Perché non mettono un'agenzia di auto a noleggio sulle piste più distanti, in caso qualcuno ne avesse bisogno? Se c'è una cassetta per le proposte vicino al banco della Hertz, potrei anche infilarci un bigliettino.

Finalmente, però, dopo essere stato costretto a baciare l'asfalto per evitare un veicolo trasportatore di bagagli guidato da uno di quegli obbrobri, riesco a raggiungere il luogo desiderato.

È buio e deserto, proprio come piace a me. I parcheggi sono pieni. Quello che voglio è una corvette nuova decappottabile. Quello che mi serve è qualcosa di diverso.

Mi ci vuole quasi mezz'ora per trovarla: una Lincoln Town Car con vetri oscurati ai finestrini. Una vera auto da padrino. Mi ci vogliono altri venti minuti per trovare le chiavi nell'ufficio.

E poi, mentre mi avvio verso il mio nuovo acquisto, vedo qualcuno entrare nel posteggio. Nascondersi è facile, basta scegliere una macchina e acquattarsi. Chiunque sia passa a meno di due passi da me.

Con mia grande sorpresa scopro che non è una testa d'osso, è una ragazza della California, e nemmeno troppo brutta.

«Hey, sorella,» dico.

Quasi schizza fuori dalla canottiera, si volta verso di me, e si mette in una di quelle posizioni da tartarughe Ninja. Io mi limito a sorridere. Lei si avvicina e io la lascio guardare quanto sono innocuo: soltanto un buono a nulla in pantaloni di pelle e giubbotto di pelle, camicia aperta, orecchini, sconvolto. Un ordinario uomo d'affari californiano.

«Chi sei?» sibila.

«Sono quello che vedi.» Mi stringo nelle spalle. «E se fossi in te, sorella, mi abbasserei un po' di più. Qualcun altro sta scricchiolando da queste parti.» Immediatamente si mette piatta e zitta. Perlomeno è abbastanza sveglia. Io mi sono già ritirato tra le ombre dietro la griglia del radiatore dell'auto.

Stavolta è una testa d'osso, col fucile automatico in spalla. È così vicino che riesco a vedere che non è tanto impavido quanto sembra. Tutt'ossa com'è, ha un'aria spaventata; ma quando lumo il profilo spettrale che si porta appresso, vedo che grasso seccatore invadente era, con quella trippa da birra che gli ballonzola oltre la cinta dei pantaloni elastici. La maglietta, appena visibile, dice FORZA LAKERS.

Che imbecille.

Ma la sorella non è così sveglia, in fondo. Il grassone è quasi passato quando lei gli salta addosso, aggredendolo da dietro. Tira fuori un coltello lungo, da pubblicità televisiva, e glielo ficca tra le ossa.

Lo scheletro protesta, e per poco non riesce a girare il fucile su di lei prima di cadere.

E subito dopo, un'altro fatto sorprendente: il corpo ossuto, la maglietta fantasma, la pancia piena di birra, e tutto il resto, si trasformano in un mucchietto di polvere.

Ah!

«Il mondo sta cambiando, figliolo,» dico.

Immediatamente lei si rimette in piedi di fronte a me. Sembra che sia davvero capace di usare quel coltello, e me lo tiene proprio davanti alla faccia.

«Ti ho chiesto chi sei,» dice in tono da dura.

Io le allontano la mano, ma forse è proprio fuori di testa, e ha intenzione di farmi male. Il Roger-radar è partito ancora.

Rilasso un po' il sorriso, lo rendo più amichevole. «Scusa,» dico. «È stata una notte dura. Il mio aereo è stato abbattuto, poi tutti quelli che c'erano dentro sono stati ammazzati dagli scheletri. Puoi darmi del pazzo, ma stasera non sono completamente padrone di me.»

Lei si distende, solo un poco, quanto basta perché il radar smetta di lampeggiare e mi informi che dopotutto può anche non uccidermi.

«Suppongo che tu possa dire altrettanto, vero?» azzardo.

«Sì.» D'un tratto abbassa le difese, scende col coltello fino allo stivale, dove lo fa scomparire da qualche parte in una guaina, e mi guarda, torva ma senza propositi omicidi. «Una notte da cani.»

Io mi arrischio in una breve risata. «Giusto.»

Lei continua a guardarmi. Improvvisamente so di aver avuto una brutta giornata, perché normalmente avrei dovuto sentirle addosso puzza di sbirro dal momento che l'ho vista. Mi sembra poco saggio offrirle uno sniffo di cocaina, come stavo per fare.

«Io sono Roger,» dico allungando la mano. «Lavoro per la Roundabout Records.»

Lei guarda la mano, poi me la stringe. «Io sono Marianne. Fino a due ore fa ero un poliziotto. Adesso credo di essere solo un essere umano.»

«Sapevo che eri un poliziotto,» dico sorridendo, perché nel giro di pochi minuti le sarebbe passata la debolezza e avrebbe cominciato a insospettirsi al mio riguardo. È un altro dei miei radar. «In borghese, giusto?»

«Pattuglia Stradale,» dice. «Veramente ero a casa quando è iniziato tutto questo. Stavo per andare al lavoro. Quando ci sono arrivata, metà della stazione era già cadavere. Corpi dappertutto, che ritornavano in vita come... quelle cose. Le strade brulicavano.»

Vuole parlare ancora, così le lascio riprendere fiato, si abbandona allo shock per un momento, poi si atteggia da dura, e se ne tira fuori.

«È da allora che li sto ammazzando.»

«Gesù,» dico, e credo di metterci la giusta dose di simpatia. In realtà ho voglia di sbadigliare.

Sentire di poter essere sincera era quello che voleva, perché si lascia andare.

«Nel mio lavoro veramente non ho mai ammazzato nessuno. E adesso non faccio altro che uccidere da otto ore a questa parte.»

«Io ero in volo quando è cominciato,» le dico, cercando di pensare al sistema per farla andare via. «Dev'essere stato un inferno qui a terra.» Stavolta sbadiglio davvero, ma lei non se ne accorge. «Lo è stato,» dice. Si passa una mano tra i capelli. Non è per niente brutta, ma conosco il tipo. Il suo ragazzo fa body building, o qualcosa del genere, e passa un sacco di tempo sulla spiaggia, magari a fare surf, e se le metto una mano addosso lei tira fuori quel coltello e me la taglia all'altezza del polso. «Si sta combattendo in tutta L.A.,» dice. «Tutte le strade principali sono bloccate dagli incidenti. Le squadre della Guardia Nazionale combattono a Torrance e San Pedro. Gesù...»

Crolla in un fagotto piagnucoloso, meglio perché il mio radar si è rimesso a funzionare e ho il tempo di reagire, e lei no. Mi butto a terra e rotolo sotto la macchina più vicina mentre appaiono due ossi, che passeggiano disinvolti, come se fossero in un viale alberato. Uno dei due ha un fucile, l'altro una specie di attrezzo da giardino che sembra un machete da ceto medio. Non aspetto per vedere a cosa assomigliano i loro fantasmi: vedo ossa e rotolo.

Anche la vecchia Marianne li sente, ma per lei è già troppo tardi. Il pianto non paga mai abbastanza. Si gira e ruota su se stessa e molla un calcio a uno, ma quello col machete la colpisce e la prende proprio di traverso sulla nuca.

Lei boccheggia e cade su un ginocchio, ma continua a lottare. È una poliziotta con le palle. Infatti ha già tirato fuori a metà della guaina il suo coltello da televisione prima che il machete la colpisca ancora, staccandole a metà la fottuta testa.

Veramente disgustoso.

Non c'è bisogno di essere Einstein per sapere cosa succederà adesso. Ma i due ossi, benedetto il loro teschio, mi salvano le chiappe trascinando via la cara poliziotta deceduta mentre si sta ancora trasformando in una di loro. Quello del machete, lo vedo intanto che passa sotto i lampioni del parcheggio, è davvero una specie di operaio agricolo, a giudicare dall'immagine fantasma. Bel rovescio, Juan.

E così mi rialzo e salgo sulla mia Lincoln Town Car, più silenziosamente possibile, la imballo che è una bellezza, complimenti al motore che fa le fusa come un gattino, e parto.

Ma non faccio in tempo a uscire dal parcheggio, ovviamente. Uno sbirro è sempre uno sbirro. Nello specchietto retrovisore vedo la vecchia Marianne, che adesso è ufficialmente uno skel,spingere da parte i suoi due compagni teste d'osso e corrermi dietro. E dannazione se non riesce anche a raggiungermi così metto la retromarcia, in perfetta sincronia, e stendo quella puttana prima che possa togliersi di mezzo. Dall'interno lussuoso sento il debole scricchiolio delle ossa, e quando riparto, sgommando stavolta, c'è un ordinato mucchietto di polvere proprio dietro di me, che già si sta sparpagliando per la lontana Santa Anas. Juan e il suo amico sono rimasti fermi dov'erano, giustamente perplessi.

 

5

 

A proposito, grazie per le informazioni sul traffico, Marianne. Mi tengo lontano dalle autostrade senza pedaggio, e non passa molto tempo prima che le parole della poliziotta vengano confermate. Incidenti dovunque. Persino le rampe di uscita sono bloccate. Tempo di reminiscenze, un briciolo di nostalgia per i bei giorni passati, quando ero l'unico ragazzo bianco dalle mie parti a est di L.A., e mi ritornano in mente tutte quelle stradine secondarie.

Cosa diceva ancora il mio vecchio? «Portami un ago nuovo, figliolo.»

Stupefacente, nessuno mi importuna. È scontato che io sia una testa d'osso. I pochi umani che vedo o stanno scappando nei vicoli sudici per salvarsi la pelle, o stanno per diventare scheletri. Sono sicuro che ce ne sono un sacco nascosti nelle cantine e nelle soffitte, per non parlare delle fogne. In mezzo alla strada vedo due teste d'osso che picchiano una terza testa d'osso. Fino a quando arrivo vicino sono solo scheletri. Incuriosito, rallento per vedere cosa succede, e i lineamenti diventano un po' più visibili alla fioca luce dei lampioni. Sono due tossici che ne menano un altro. Mentre sono fermo lo colpiscono davvero forte con una specie di sfollagente, e quello crolla a terra, poi si tramuta in polvere. Così. Anche i morti ammazzano i morti.

È ora di sgommare, perché tossico uno e tossico due hanno rivolto la loro attenzione su di me, e mi seguono con lo sguardo da quelle orbite da scheletri, agitando le mandibole scricchiolanti. Chissà se gli skel possono sbavare? Io lo so cosa vogliono, la Town Car, quindi è ora di bruciare ancora un po' di copertoni e di muoversi.

Su a Hollywood Hills, che vedo levarsi proprio di fronte a me dopo un'altra mezz'ora di contorsioni stradali e stradine secondarie, cercando di evitare i rottami, gli umani in fuga, e gli skel che danno loro la caccia come Robocop.

Hollywood Hills: ancora illuminata come al cinema, magica, probabilmente più di prima. Persino la «H» di Hollywood è l'unica lettera che è stata colpita dal fuoco dei mortai, per dimostrare l'intoccabilità di falsalandia.

Il mio luogo ideale.

Imballo il motore, e mi ci precipito, aprendo la cartella con la destra per tirare fuori la mia preziosa bottiglia di Stoli.

È tempo di festeggiare.

Chissà cosa sta facendo il resto del mondo stanotte?

 

CAPITOLO QUINTO

IL DIARIO INTIMO DI CLAIRE ST. EVE

 

1

 

Dapprima ho pensato che l'Ospizio Femminile Withers fosse andato a fuoco. Qualche volta, di notte, facevamo delle esercitazioni antincendio, ma l'espressione sul volto della signora Garr non era affatto tranquilla. Sembrava terribilmente sconvolta. Quando mi ha preso per un braccio mi è balenato alla mente che la mia vita stava per cambiare. Quel pizzicore che mi aveva pervaso ha fatto iniziare a crescere il seme, e la cosa mi esalta e mi spaventa. Forse quella stanzetta, e quel grosso e terribile edificio non sarebbero più esistiti. Credo di aver sorriso.

La signora Garr mi ha guardata, e il suo sguardo si è fatto compassionevole.

«Oh, Claire,» ha detto, «io mi prenderò cura di te,» e mi ha stretta al petto.

Fuori in corridoio c'era una gran confusione. Io mi sono guardata attorno in cerca delle pompe e dei secchi per l'acqua. Ho pensato alle forme che avevo visto fuori tra gli alberi e il laghetto, e che avevo creduto essere i vigili del fuoco. Ma dov'erano? Perché non sentivo le sirene?

Poi una sirena si è messa effettivamente a suonare, seguita da molte altre, da quella sul palo appena fuori dai confini di Withers, fino ad almeno altre due che distinguevo nelle vicinanze di Cold Spring Harbor. Significava che l'incendio doveva essere esteso.

Ma dov'era? Quando la signora Garr mi ha trascinato per i corridoi ho visto solo facce spaventate e confuse. Poi è scattata un'altra sirena, una più forte e perfino più lontana, e ho pensato che forse sì trattava di una calamità ancora più grande. La guerra? Avevamo fatto delle esercitazioni anche per quello, e ci avevano costrette a stare sedute nel salone con la testa tra le ginocchia. La mia esaltazione è svanita, lasciando solo la paura, e mi sono fermata di colpo in mezzo al corridoio.

La signora Garr si è chinata a guardarmi in faccia. «Non preoccuparti.» Mi ha abbracciato ancora, ma non ne ho tratto alcun conforto. La paura che leggevo nei suoi occhi era sufficiente a confermarmi che non si trattava di un semplice incendio.

Poi ci siamo dirette verso le cantine. Tutta la confusione che regnava nei corridoi ha dimostrato di avere uno scopo. File irregolari si stavano spingendo verso le due enormi porte verdi che conducevano al seminterrato. Quand'ero molto giovane avevamo fatto un'esercitazione lì dentro, un'esercitazione per la guerra nucleare.

Dietro di noi, da qualche parte nelle vuote profondità dell'edificio, ho sentito il rumore di vetri rotti. Cosa poteva essere? Era caduta una bomba? Ho aspettato il lampo di luce, l'esplosione contro l'edificio che ci avrebbe ridotte tutte in cenere, ma è venuto solo un altro rumore di una finestra infranta. I pompieri? Chi erano quelle figure che avevo visto tra gli alberi e il laghetto? Paracadutisti russi?

È venuto il nostro turno, e siamo state spinte attraverso le grandi porte verdi, e poi giù.

Si sentiva un parlottare confuso, ma non sono riuscita ad afferrare una parola. Poi qualcuno si è avvicinato nel buio con un paio di cuffie e un Walkman, e ho sentito accendersi la radio: un annunciatore diceva a voce molto alta che si stava combattendo nella città di New York, e che erano state riportate notizie di combattimenti a Chicago, Miami, Atlanta...

Nel buio le cuffie si sono allontanate da me. Le braccia della signora Garr erano la mia unica guida.

Alle nostre spalle c'è stato un frastuono, vicino alle porte, e abbiamo sentito gridare.

«Chiudete le porte!» ha urlato qualcuno. Sembrava la vice-direttrice, la signora Carmody. Poi una voce inconfondibile, quella roboante della signora Page, la direttrice, si è levata sopra a tutti i mormorii.

«Tacete!»

C'è stato un immediato silenzio.

«Signor Cary,» ha tuonato la signora Page, «chiuda subito quelle porte.»

Abbiamo sentito un rumore in cima alle scale. Poi nell'oscurità abbiamo visto uno spiraglio di luce, mentre una porta veniva tirata indietro e sbattuta. Ho sentito il signor Cary, l'insegnante di ginnastica, grugnire per lo sforzo.

«Io... non riesco a chiuderla, signora Page.»

«La chiuda!» ha ruggito la signora Page.

«Io...»

Poi la porta in cima alle scale è stata spinta verso l'interno, e ha mostrato un grande rettangolo del corridoio di sopra. In quel rettangolo è avanzato qualcosa, in piena luce, che all'inizio mi ha fatto venire voglia di ridere.

Uno scheletro umano.

La signora Page si è fatta strada in mezzo alla confusione delle ragazze verso le scale, e si è fermata vicino a me e alla signora Garr. L'ho sentita chiaramente ansimare.

«Signor Cary!» ha gridato, ma il signor Cary non aveva bisogno di essere sollecitato, e stava già sbattendo la porta in faccia allo spettro. La signora Page ci ha spinte da parte e si è precipitata su per le scale, e in un attimo lei e l'insegnante di ginnastica stavano spingendo la porta con tutte le loro forze.

È rimbombato uno scatto, e la porta si è chiusa.

«La sbarra, signor Cary, la sbarra!» ha ruggito la signora Page, e la traversa metallica è stata fatta scivolare davanti alla porta.

«Fatto,» ha detto il signor Cary, affannato.

«Interne.» La signora Page si è rivolta a noi dal primo scalino, nel buio. Si è fatto assoluto silenzio. «Stiamo attraversando un brutto momento. Sono certa che le autorità sapranno risolvere la situazione. Nel frattempo queste sono le cose che voi farete. Resterete assolutamente tranquille. Ascolterete i vostri superiori. Ascolterete soprattutto me. Quaggiù ci sono delle provviste, ma dubito che dovremo rimanere qui a lungo. Avete capito?»

L'inflessione crescente alla fine del suo discorso era stata compresa da tutte; la voce ferrea del comando. C'è stata un'ondata di assensi che si è conclusa con un «Sì» detto da una ragazza vicino a me.

«Tutte assieme!» ha strillato la signora Page.

«Sì, signora Page!» hanno detto tutte le voci all'unisono.

«Molto bene. Lei, signor Cary,» ha detto poi all'insegnante di ginnastica, «farà la guardia alla porta.»

«Sì, signora Page,» ha detto il signor Cary con scarso entusiasmo. Quasi potevo sentirla al buio scoccargli un'occhiata fulminante prima che ripetesse, con un entusiasmo decisamente maggiore: «Sì, signora Page!»

«Bene.»

Ho sentito i suoi passi scendere le scale, e poi un tonfo sordo alla porta delle cantine.

«Signora Page?» ha chiamato il signor Cary nel buio.

«Lo ignori.»

«Sì, signora Page.»

«La fine è vicina!» ha gridato un'altra voce nel buio. «Che il malvagio abbandoni il suo cammino, e l'ingiusto i suoi pensieri; e che ritorni al Signore!»

«Margaret Gray,» ha detto severa la signora Page, «stai zitta.»

«E dopo queste cose vidi un altro angelo scendere dal cielo, con un grande potere; e la terra venne illuminata dalla sua gloria!»

«Amen!» ha risposto la voce di Priscilla Ralston.

«Signorina Ralston! Signorina Gray!» ha ordinato la signora Page.

«Ed egli gridò con voce possente,» ha proseguito Margaret Gray, «Babilonia la grande è caduta!»

«Signora Carmody,» di nuovo la voce della signora Page, «faccia star zitta quella ragazza!»

Ho sentito dei piedi strascicare nel buio, e poi la voce della signora Carmody che gridava. Qualcuno, col respiro affannoso, ha spinto forte tra la ressa, e quasi mi ha gettata a terra.

«Fermate quella ragazza!» ha gridato la signora Page. In cima alle scale il signor Cary ha lanciato un urlo.

«Pentitevi!» ha gridato Margaret Gray dall'oscurità in cima alle scale. «Volgete lo sguardo dai vostri idoli; e voltate le vostre facce da tutti i vostri abomini!»

«Amen!» ha esclamato Priscilla Ralston.

Il signor Cary ha urlato ancora, e poi ho sentito la sbarra grattare contro la porta, e cadere nel buio.

«Fermatela!» ha gridato la signora Page, aggiungendo le proprie proteste a quelle del signor Cary.

La porta si è aperta verso l'interno scivolando sui cardini, e mostrando Margaret Gray, magra come una bacchetta, dritta in tutta la sua altezza.

«Entrate, angeli del Signore!»

Ha fatto un passo indietro, scoprendo lo specchio della porta, affollato di scheletri. Subito tutti hanno cominciato a strillare.

Il signor Cary è apparso davanti alla porta, tentando di bloccare il passaggio alle creature. Una di esse teneva sollevato qualcosa, sembrava una grossa scheggia di vetro, e gli ha vibrato un colpo con quella. Il signor Cary ha urlato ed è caduto.

Margaret Gray è ridiscesa giù per le scale, si è rifatta strada attraverso le ragazze strette l'una accanto all'altra. Il suo volto era raggiante.

In cima alle scale gli scheletri esitavano. Erano in quattro. Uno di loro è entrato, esitante, e ha chinato il capo per guardare nel seminterrato. I suoi movimenti erano viscidi, spregevoli quasi.

Ha risalito le scale, ha latrato una risata mentre diceva qualcosa agli altri, e se n'è andato.

Mentre i tre rimasti bloccavano l'entrata, la signora Page ancora una volta si è spinta tra le ragazze, si è fermata in fondo alle scale e ha guardato in su. Il signor Cary era a metà scala, ansante, e si teneva il fianco destro.

«Signor Cary,» ha detto la signora Page, «vada subito dalla signora Carmody. Si prenderà cura di lei.»

Prima che il signor Cary potesse rispondere, la signora Page ha raddrizzato le spalle e ha salito gli altri gradini. In cima ha fissato in pieno gli scheletri. «Voi,andatevene immediatamente!» ha gridato con la sua voce più autoritaria.

Le creature sono indietreggiate, poi una di loro ha fatto un balzo avanti, brandendo una lunga scheggia di vetro.

La signora Page ha fissato intenta lo spettro per un attimo, poi ha boccheggiato: «Signor Carlucci!» .

«Esatto,» ha detto lo scheletro. «Custode a Withers, dal 1904 al 1980.»

«Quando è morto...» ha ansimato la signora Page.

«Hah!» ha gridato lo spettro, e ha squarciato il viso della signora Page, che urlando ha portato le mani al volto mentre gli altri scheletri le sono saltati addosso, buttandola sui gradini. Vedevo le sue gambe scalciare da sotto il mucchio. L'ho sentita strillare, poi chiamare, «Ragazze!» prima che un secondo strillo fosse seguito dal silenzio.

Le ragazze, piangendo, si erano strette in un angolo, compatte, lontane dalle scale, in fondo alle quali il signor Cary stava ancora ansimando. Gli scheletri si sono gettati su di lui. Ha gridato una volta, con voce roca, poi ha taciuto.

In cima alle scale era riapparso lo scheletro viscido che se n'era andato, portando una grossa tolla con un beccuccio rosso opaco.

«Uscite,» ha detto, e gli altri scheletri hanno abbandonato il corpo insanguinato del signor Cary e hanno risalito le scale.

Quello con la tolla ha svitato il beccuccio ed è sceso a metà delle scale, rovesciando del liquido mentre risaliva. Ha tirato fuori una scatola di fiammiferi, ne ha acceso uno, e l'ha buttato sulle scale.

«Statemi calde, signore.» Ha riso, e anche gli altri hanno riso, e si sono allontanati dalla porta. Di sopra, nei corridoi, c'era ancora fracasso, e rumore di vetri rotti.

L'intera sommità delle scale è stata divorata dalle fiamme ruggenti, e la cantina ha iniziato a riempirsi di fumo denso, e le ragazze che non gridavano hanno cominciato a tossire.

«Pentitevi!» La voce di Margaret Gray si è levata dal fondo della stanza. «Pentitevi!»

«Corri con me, Claire,» ha detto la signora Garr, vicino a me. Con mia grande sorpresa si è messa a correre dritta verso le scale, tirandomi dietro di sé.

Quando abbiamo raggiunto le fiamme mi sono quasi sentita sollevare e stringere contro il suo petto. Ho sentito il mondo bruciare e avvampare attorno a me, ho sentito le fiamme sul braccio, e poi ci siamo trovate fuori dal fuoco, e siamo ruzzolate sul pavimento del corridoio.

«Alzati, Claire, svelta,» ha detto la signora Garr.

Mi ha tirata in piedi e mi ha spinto in una porta vicina con i vetri smerigliati. Era la toilette delle signore, e le luci all'interno erano spente. Ha chiuso la porta e mi ha spinto contro il muro mentre fuori passava qualcuno.

Poi la pressione delle sue mani su di me si è allentata, e l'ho sentita ansimare sottovoce: «Oh, Dio, oh, Dio...»

Fuori, in fondo alle scale, abbiamo sentito l'orribile lamento delle urla, il ruggito del fuoco crepitante, seguito da un boato, e da un urlo più forte.

La signora Garr mi teneva le mani tremanti contro le orecchie. Sono passate altre figure, e una di loro si è fermata davanti al vetro smerigliato. Ho visto l'ombra di uno scheletro, e la porta si è aperta verso l'interno.

La signora Garr mi ha tirato via, e mi ha spinto contro la parete.

La testa di uno scheletro ha guardato dentro, oltre di noi, nella stanza. Così da vicino ho visto un vago contorno delle ossa, una parvenza di lineamenti. La mano scheletrica si è allungata verso l'interruttore, a pochi pollici da dove stavamo io e la signora Garr.

Fuori si è fermato un altro scheletro e ha detto: «No, non lì dentro!»

Lo scheletro con la mano sull'interruttore ha riso, si è allontanato, e ha lasciato che la porta si richiudesse.

Il fumo entrava da sotto la porta, e ho sentito la signora Garr irrigidirsi accanto a me.

Insistendo affinché rimanessi dov'ero, si è allontanata da me nell'oscurità, verso la parte opposta della stanza, dove si è fermata davanti alla lunga finestra. In fretta l'ha sollevata di alcuni pollici.

Io mi sono premuta una mano contro un orecchio, e ho appoggiato l'altro orecchio alla parete, per non sentire le grida che venivano dalla cantina. Ho sentito un altro boato, e molte urla sono state subito zittite.

Dall'altra parte della stanza la signora Garr mi ha fatto cenno di andare da lei, ma ho scoperto di non potermi muovere. Era come se avessi messo le radici lì vicino alla parete. La signora Garr mi è venuta vicino e mi ha tirato gentilmente verso la finestra.

«Dobbiamo arrampicarci fuori,» ha sussurrato.

Da quel lato dell'edificio il terreno scendeva in pendio fino ai garage sotterranei, per cui in effetti ci trovavamo al secondo piano.

«Ti calerò giù io,» ha detto la signora Garr.

Io ho guardato fuori nella notte. C'era un breve tratto di cespugli, sotto, che sembrava essere lontanissimo. Sulla destra una pozza di luce illuminava l'asfalto di fronte alle porte dei garage. Giungevano grida dai terreni circostanti, e due scheletri stavano passando di corsa diretti ai campi di gioco.

La signora Garr si è chinata su di me e mi ha guardata negli occhi. «Devi farlo, Claire.»

Io ho esitato, poi ho annuito.

Mi ha aiutata ad arrampicarmi sul cornicione, poi mi ha calata oltre il ciglio, sostenendomi per le braccia e poi per le mani.

Ho guardato giù; i cespugli sembravano sempre molto lontani. La signora Garr mi ha lasciato andare, e io sono caduta, con gli occhi chiusi, e sono atterrata in mezzo ai cespugli. Ho sentito uno strappo bruciante al fianco, ma le mie gambe hanno retto saldamente, e sono rotolata a terra illesa.

Da sopra la signora Garr mi guardava, e poi si è messa a osservare i terreni vicini. Ha fatto un rapido cenno ed è scomparsa nel bagno.

Sono apparse altre tre figure, più vicine, che si dirigevano ai garage. Quando sono entrate nel cerchio di luce, ho potuto distinguere nettamente i contorni fumosi che avvolgevano i loro scheletri. Erano la signora Page, il signor Cary, e il vecchio custode, il signor Carlucci. Si sono fermati sotto la luce a parlare, e il signor Cary ha riso e poi ha sollevato la porta di un garage, e tutti e tre sono entrati.

La signora Garr è riapparsa alla finestra, si è arrampicata oltre il davanzale, si è calata giù e si è lasciata andare.

È atterrata di fianco a me, duramente, ed è rotolata verso l'edificio, trascinandomi con sé nei cespugli, mentre la signora Page usciva sulla porta del garage e si guardava attorno. Ha guardato sopra di noi, la finestra aperta del bagno, e ho guardato anch'io. Le fiamme saettavano fuori nella notte.

La signora Page è ritornata nel garage.

La signora Garr si stava massaggiando la caviglia, e tremava. Con cautela ha disteso la gamba, e ha mosso la caviglia prima in un senso e poi nell'altro.

«Grazie a Dio, non è rotta,» ha sussurrato.

Mi ha stretta accanto a sé, e un altro rumore è provenuto dal garage. Nella pozza di luce è apparsa l'estremità posteriore dell'auto della signora Page, una grossa berlina nera; l'auto ha fatto retromarcia, ed è partita verso destra.

La signora Garr era in piedi, e mi stava aiutando ad alzarsi, quando la signora Page è uscita dal garage e ci ha visto.

Per un attimo sono restate entrambe immobili, poi la signora Garr ha visto il contorno indistinto attorno allo scheletro della signora Page e ha detto: «Signora Page?»

Lo spettro è corso verso di noi, fuori dalla luce del garage, e è saltato addosso alla signora Garr, gettandola a terra. Lo scheletro, emettendo suoni affannati, ha preso a tempestarla di pugni. La signora Garr si è liberata e ha cercato di alzarsi, ma quando la signora Page le è saltata di nuovo addosso la caviglia non ha retto. Lo scheletro l'ha bloccata a terra, e ha allungato la mano verso una pietra lì vicino, sollevandola per colpirla.

Poco lontano c'era un'altra pietra, più grossa. L'ho raccolta, l'ho sollevata faticosamente sopra la testa, e l'ho abbassata con violenza sul teschio dello scheletro.

Ho visto le fessure delle crepe del teschio allargarsi dal punto di impatto, e la signora Page è caduta, evaporando in una nuvola di polvere. La signora Garr si è rialzata. «Dobbiamo andare, Claire,» mi ha detto. «Andremo a casa mia, e troveremo mio marito.»

Ho seguito la forma zoppicante dentro il garage aperto.

 

2

 

Le fiamme si levavano ormai da quasi tutte le finestre di Withers. Le grida si erano zittite. Lontano, dai terreni, le sirene ululavano ancora, e si sentivano i rumori distanti dei clacson e delle sirene della polizia.

La signora Garr ed io siamo entrate nel garage. Era vuoto.

«Oh, Dio,» ha detto la signora Garr voltandosi verso di me. «Dobbiamo fare assolutamente in silenzio, Claire, e arrivare alla mia auto. È sul davanti, nel parcheggio grande.»

Io ho fatto segno di sì con la testa, e ci siamo avviate, mantenendoci a ridosso dell'edificio.

Quando ha svoltato l'angolo in fondo, la signora Garr si è ritratta, e io sono riuscita a dare un'occhiata. I terreni in quella direzione erano pieni di scheletri. Ho visto uno spettro aiutarne un altro a uscire da una finestra rotta della cantina. Erano entrambi carbonizzati, coperti di fuliggine.

«Dall'altra parte, Claire,» ha detto la signora Garr.

Siamo tornate indietro oltre il garage e abbiamo fatto il giro dalla parte opposta di Withers, tenendoci il più possibile vicine all'edificio. Il fuoco aveva raggiunto l'ultimo piano, e si sentivano dei boati. I muri di pietra accanto ai quali camminavamo erano caldi al tatto.

Siamo arrivate davanti all'edificio fermandoci solo una volta per nasconderci da un unico scheletro che stava passando. Ho guardato i prati scoperti, e il parcheggio, più lontano.

«Riesci a correre, Claire?»

Ho fatto segno di sì, domandandomi invece se la signora Garr potesse farcela, con la sua caviglia.

Ce la faceva. L'area di fronte a noi sembrava deserta, e noi l'abbiamo attraversata di corsa; la signora Garr zoppicava leggermente e mi teneva per mano. Al parcheggio eravamo senza fiato. La signora Garr ha aperto la sua auto con le chiavi e io sono salita al suo fianco.

Siamo uscite dal parcheggio, e ci siamo dirette lungo il viale alberato. Dietro di noi Withers bruciava con violenza e il fuoco possente si innalzava nel cielo. Per la prima volta ho notato che era una bellissima nottata, e che in cielo splendevano la luna e le stelle.

Quando siamo state vicino all'entrata principale la signora Garr ha frenato e ha fermato l'auto.

«Oh, mio Dio.»

I massicci cancelli di Withers erano stati chiusi a chiave, ma anche se fossero stati aperti, il rottame accartocciato e ancora fumante della grande berlina nera della signora Page bloccava la strada.

Due scheletri, il signor Carlucci e il signor Cary, sono comparsi alla luce dei fari, e si sono diretti verso di noi. Il signor Carlucci teneva in mano una chiave inglese, e rideva. «Andate da qualche parte, signore?» Ha puntato un dito contro il signor Cary. «Quel vecchio bastardo non mi ha detto che non sapeva guidare.»

Il signor Cary ha appoggiato la mano scheletrita sul finestrino della signora Garr e ha detto: «Scendete dall'auto.»

Dalla mia parte il signor Carlucci ha sferrato un colpo con la chiave, incrinando il vetro.

Il teschio del signor Cary ghignava.

La signora Garr ha inserito la retromarcia.

Il signor Carlucci si è buttato sul cofano dell'auto e ha colpito ancora il parabrezza con la chiave.

La signora Garr ha schiacciato a fondo l'acceleratore, poi ha sterzato bruscamente.

Il signor Carlucci è stato scaraventato contro un albero vicino alla strada, ed è crollato in un mucchietto di polvere.

Il signor Cary stava correndo verso di noi dall'entrata principale, e gridava: «Restate dove siete!»

La signora Garr ha girato l'auto, puntandola di nuovo verso Withers, e ha spinto il piede sull'acceleratore. «Prega, Claire,» ha detto. «Prega che il cancello posteriore sia aperto.» Siamo passate rombando oltre l'edificio principale, abbiamo costeggiato il campo da gioco, e il piccolo cimitero. Sotto il cielo notturno tutte le tombe erano aperte e vuote.

Dopo il cimitero c'era la casa del signor Cary, un grazioso villino. Un breve vialetto, attorniato da alberi e cespugli, ci ha portato al cancello, anch'esso chiuso a chiave. In alto, sulle sbarre di ferro, c'era un'insegna di lucido ottone che diceva OSPIZIO FEMMINILE WITHERS.

«E adesso cosa facciamo?» ha esclamato la signora Garr. Improvvisamente ha preso una decisione. «Scendi dall'auto, Claire,» mi ha ordinato.

Io ho obbedito, e sono rimasta su un lato della strada mentre la signora Garr ha tirato indietro l'auto, ha svoltato a sinistra, e l'ha nascosta tra i cespugli fra due grandi alberi. Le sterpaglie si sono risollevate di scatto dopo il passaggio dell'auto. In un attimo era scomparsa, e la signora Garr ed io ci siamo dirette alla casa del signor Cary.

 

3

 

La casa era piccola e graziosa, con un giardino roccioso sul davanti e vasi di fiori alle finestre. Abbiamo percorso un vialetto di pietre fino alla veranda, e la signora Garr ha provato ad aprire la porta.

Era chiusa a chiave, e così anche la finestra della veranda. La signora Garr ha preso un sasso dal giardino, e l'ha gettato contro la finestra. Ha infilato una mano, ha sganciato il saliscendi, e l'ha sollevata. Si è arrampicata all'interno, e un momento dopo mi aveva aperto la porta.

In casa le luci erano spente.

«Sono stata qui solo una volta, a prendere un tè con la signora Cary,» ha detto la signora Garr, «ma se mi ricordo bene, la cantina era vicino alla cucina...»

Abbiamo sentito un rumore sul retro della casa, in fondo a un corridoio che stavamo attraversando. La signora Garr si è precipitata al caminetto del soggiorno, e ha staccato l'attizzatoio dal sostegno, poi è entrata in corridoio davanti a me.

Un gatto è schizzato fuori da una camera da letto, e tutte e due siamo sobbalzate.

Un altro rumore è venuto dalla stanza in fondo al corridoio, e la signora Garr ha aperto la porta con una spinta del lungo attizzatoio.

Un colpo di fucile è esploso, frantumando l'intonaco del corridoio sopra la nostra testa, e una voce ha gridato: «Vi ucciderò, state lontano da me!»

La signora Garr ha chiamato: «Signora Cary, è lei?»

«Io so chi siete, state fuori, vi ucciderò!»

«Signora Cary, per favore, possiamo aiutarla.»

«Fatemi vedere una mano!»

La signora Garr ha allungato lentamente una mano nell'apertura della camera da letto.

«È un trucco! Fatemi vedere il resto!»

«D'accordo,» ha detto la signora Garr, poi si è girata verso di me. «Resta dove sei, Claire.» Ha raddrizzato le spalle e si è spostata piano nello specchio della porta.

La voce nella camera da letto si è rotta in pianto. «Oh, Dio...»

La signora Garr ha gridato: «Va tutto bene, Claire.» Io l'ho seguita nella stanza, e lì, in un angolo dietro il letto matrimoniale, era acquattata la moglie del signor Cary. In grembo teneva posata una pistola.

«Non pianga,» ha detto la signora Garr. Le è andata vicino, si è inginocchiata, e l'ha abbracciata. «Va tutto bene adesso.»

«Sono venuti, erano dappertutto!» piangeva la signora Cary, indicando la finestra con mano tremante. All'esterno c'era una nitida vista del cimitero. «Là fuori! Li ho visti! Sono usciti da sotto terra, e sono venuti qui a casa, hanno bussato alle porte, e continuavano a venire fuori...»

«Va tutto bene,» ha detto ancora la signora Garr, stringendo fra le braccia l'anziana donna.

«E il mio John?» ha esclamato improvvisamente la signora Cary. Aveva smesso di piangere, e guardava fissa la signora Garr. «Lei conosce il mio John, era giù a scuola, cosa gli è successo?»

«Signora Cary...»

«Sta arrivando, vero? Arriverà subito ad aiutarmi? È sempre qui quando ho bisogno di lui...»

Si era alzata, lasciando cadere a terra la pistola, e cercava di divincolarsi dalla stretta della signora Garr per andare alla porta della camera da letto.

«No, signora Cary, resti qui. Venga in cantina con noi.» La signora Garr ha esitato, poi ha aggiunto: «John ci raggiungerà più tardi.»

«Davvero?» ha detto la signora Cary, illuminandosi. «Certo, certo che verrà. Non mi lascia mai da sola troppo a lungo. È sempre presente per me.»

La signora Garr ha parlato con calma: «Sì, naturalmente. Anche mio marito, Michael, c'è sempre quando ho bisogno di lui.»

«Allora andiamo in cantina!»

La signora Cary si è alzata e si è diretta vivacemente alla porta, seguita dalla signora Garr che ha raccolto la pistola dal pavimento e mi ha messo un braccio attorno alle spalle. «Vieni, Claire.»

 

4

 

Siamo andate in cantina. La signora Cary ci ha fatto strada, accendendo le luci. «C'è un posto nel retro che John ha sistemato, nel caso ce ne fosse stato bisogno.» Sembrava felice, ma in modo innaturale. «John è sempre previdente. Quando ci siamo trasferiti qui, ha fatto subito scorta di cibi in scatola e acqua. Non si è mai fidato di quei Russi, fin da quando hanno cercato di installare quei missili a Cuba.» Si è voltata verso la signora Garr e ha sorriso. «Sarà orgoglioso di se stesso, ora. Probabilmente è uno dei pochi che era pronto.»

Ha tirato una catenella, e ci siamo trovate davanti a un muro, o così ci è parso. Ma c'era una maniglia, e con qualche sforzo, e l'aiuto della signora Garr, la signora Cary l'ha aperta, rivelando una stanzetta asciutta provvista di scaffali pieni di cibi in scatola lungo una parete, una mensola con una lanterna, un fornello e una valigetta del pronto soccorso, una pila di riviste, una piccola fila di libri, due lettini, e persino uno scrittoio con una vecchia sedia intagliata.

«Sul pavimento a destra c'è una botola che contiene una toilette portatile,» ha detto la signora Cary. «Gli escrementi vengono scaricati in un pozzo calcareo che ha scavato John.» Ha sorriso. «Oh, John è così intelligente! L'aria è addirittura depurata, e ci sono un sacco di batterie se l'elettricità viene a mancare. Ma soprattutto può essere chiusa dall'interno, e nessuno può entrare senza la chiave di John.» Ha guardato la signora Garr. «Le piace?»

«Moltissimo,» ha risposto la signora Garr. «Perché non...»

«Vado solo di sopra a chiudere la porta della cantina,» ha detto la signora Cary. «Torno subito.»

«D'accordo,» ha detto la signora Garr.

La signora Cary ha salito le scale, e un momento dopo l'abbiamo sentita al piano di sopra, e poi abbiamo sentito la porta d'ingresso aprirsi e chiudersi.

«Oh, Dio,» ha detto la signora Garr, e l'ho seguita mentre si precipitava di sopra.

La signora Cary era sul vialetto d'ingresso, e si stava dirigendo sulla strada che portava a Withers.

«Signora Cary!» ha gridato la signora Garr.

La signora Cary si è fermata e si è voltata. «Va tutto bene,» ha detto. «Vado solo a prendere John.»

«Ma...»

«Lo so.» La signora Cary ha sorriso. «L'ho capito dal modo in cui mi guardavate. Ma non mi ha mai lasciata sola.»

«Signora Cary...»

L'anziana donna ha agitato la mano in segno di saluto e ha ripreso a camminare verso la strada. «Voi non capite, non sono mai stata senza di lui.» Si è fermata ancora, e di nuovo ci ha guardate. «Se lo trovo, lo riporterò qui.»

Ripartì, e presto la perdemmo di vista.

«Dio,» ha detto la signora Garr.

Siamo tornate in cantina, dentro il piccolo rifugio; la signora Garr ha verificato ogni cosa, poi ha richiuso la pesante porta. Su di essa c'era una serratura con un meccanismo a rotazione; la signora Garr l'ha fatto ruotare e ha controllato la porta, poi si è girata verso di me con un'espressione stanca ma speranzosa.

«Credo che qui saremo al sicuro, Claire.»

Mi ha fissato per alcuni istanti, poi si è avvicinata e mi ha stretto, e ha cominciato a piangere. «Oh, Claire, Claire, spero che mio marito stia bene...»

Dopo un poco si è calmata, e si è sdraiata su un lettino. Io mi sono sdraiata sull'altro, e presto mi sono addormentata.

 

5

 

Sono stata svegliata dalla signora Garr. Fuori dalla porta del rifugio si udiva un rumore raschiante.

«Claire, mettiti dietro di me,» ha detto la signora Garr.

Mi ha fatto sedere in fondo al lettino e mi si è messa davanti con in mano la pistola della signora Cary.

«Signora Garr, siete lì dentro?» ha detto una voce da dietro la porta.

La signora Garr non ha risposto.

La voce ha continuato: «Sono io, la signora Cary.» Sembrava proprio la stessa di prima.

Ancora la signora Garr non ha risposto.

«Mi faccia entrare, signora Garr. So che è lì dentro. La prego mi faccia entrare.»

«Ha trovato John?» ha domandato la signora Garr.

C'è stata una pausa. «No, non l'ho trovato. Ho tanta paura. La prego mi faccia entrare.»

Ho guardato la signora Garr, che non si era nemmeno mossa in direzione della porta.

«La prego, signora Garr. Credo che stia arrivando qualcuno.» Il rumore raschiante alla porta riprese.

La signora Garr stringeva la pistola con entrambe le mani, e le mani tremavano.

«Oh, Dio, signora Garr! Sono là fuori! Sono tutti là fuori, e vengono verso di me! La prego! Per favore mi faccia entrare!»

La signora Garr è balzata in piedi per aprire la porta, ma si è bloccata udendo un'altra voce parlare all'esterno.

«Non importa,» ha detto la nuova voce.

«D'accordo,» ha risposto la voce della signora Cary, perfettamente calma.

C'è stato un rumore secco alla porta, e il meccanismo ha ruotato, e la porta si è aperta.

La signora Garr si è spinta contro di me e ha alzato la pistola. Il signore e la signora Cary, scheletri entrambi, erano in piedi sulla porta. Il signor Cary teneva in mano un'ascia.

«Vi avevo detto che John era intelligente,» ha detto la signora Cary. «Era l'unico ad avere la chiave di questa porta.»

La bocca nel teschio del signor Cary si è aperta in un urlo, e lui si è lanciato contro di noi agitando l'ascia.

La signora Garr ha tirato il grilletto della pistola, e il rinculo l'ha fatta sbattere contro di me. Nella stanza è risuonata una forte esplosione. Il signor Cary è crollato dov'era, e l'ascia è caduta nel mucchietto di polvere che era diventato.

«Cosa avete fatto!» ha strillato la signora Cary. «Il mio John! Cosa avete fatto a mio marito! Ohhhhhhhhh!»

La signora Cary si è precipitata urlando nella stanza, con le mani scheletrite tese davanti a sé come artigli. La signora Garr ha tirato di nuovo il grilletto, ma mentre la signora Cary la colpiva si è sentito solo uno scatto a vuoto. Ho sentito una mano scheletrita scivolarmi sul viso e afferrarmi per la nuca, provocandomi un insolito pizzicore al contatto con le ossa. La signora Cary strillava, e cercava di trattenere sia me che la signora Garr, ma io mi sono liberata, mentre la signora Garr e la signora Cary sono cadute a terra. Anche la pistola è caduta, rotolando via per fermarsi a ridosso della parete.

La signora Cary ha spinto la signora Garr a terra sotto di sé, strillando sempre. «Lei ha ucciso mio marito! Ha ucciso John!»Ha affondato le mani nella polvere che era stato suo marito e l'ha stretta tra le dita, ululando. D'un tratto ha raccolto l'ascia da in mezzo alla polvere e l'ha sollevata sopra la testa per abbatterla sulla signora Garr.

Io ho raccolto la pistola con tutte e due le mani, l'ho tenuta come avevo visto fare alla signora Garr, ho mirato alla signora Cary, e ho tirato il grilletto.

Si è sentita un'altra forte esplosione, e io sono caduta all'indietro, e ho lasciato scivolare la pistola dalle mani che mi tremavano.

Quando ho alzato gli occhi, la signora Cary si stava dissolvendo in polvere, con la schiena inarcata, e le ossa alla base del collo in frantumi. «John...» ha detto, e poi è sparita.

Le lacrime mi scorrevano lungo le guance, e non riuscivo a smettere di tremare. La signora Garr è venuta da me e mi ha abbracciato. «Oh, Claire, hai fatto la cosa giusta...»

Mi ha guidato a un lettino, mi ha fatto sdraiare, e mi ha steso sopra una coperta. Poi è andata alla porta, ha fatto per chiuderla, ma l'ha riaperta ed è uscita. Ha cercato sul pavimento finché non ha trovato una chiave appesa a un anello, l'ha portata nella stanza e ha chiuso la porta.

«Adesso nessuno può arrivare fino a noi,» ha detto.

Ha chiuso la porta a chiave e mi è venuta vicino. «Dormi.» Ha tenuto la luce accesa, si è sdraiata sull'altro lettino, e dopo un poco ho sentito il suo respiro regolare, e ho capito che si era addormentata.

Mi sono seduta sul lettino e mi sono girata a guardare i due mucchietti sparsi di polvere che facevano compagnia a me e alla signora Garr nella nostra piccola cella.

 

CAPITOLO SESTO

DALLA SECONDA VITA DI ABRAMO LINCOLN

 

1

 

Erano i tempi migliori, erano i tempi peggiori.

Non sono mai stato un grande lettore di narrativa. Billy Herndon cercava sempre di farmi leggere questo o quello, e io penso di aver provato una segreta soddisfazione nel non accontentarlo.

Ma quel Dickens aveva ragione, e ricordo che Billy mi aveva letto quelle parole più o meno all'inizio del 1860, prima che scoppiasse la guerra. Anche se mi era parso, a mano a mano che si susseguivano gli eventi, che a noi toccasse molto del peggio e molto poco del meglio.

Quelle parole mi parvero più appropriate in quel momento. La prima cosa che pensai fu che ci trovavamo nel bel mezzo della follia. Mi sembrava che tutto il mondo fosse come un cane rabbioso. Ricordavo un'estate, nell'Indiana, durante la quale era impazzata la rabbia; sembrava che ne fossero contagiate tutte le creature. Solo quell'anno avevamo cacciato di più e mangiato di meno che in tutta la vita, ed ero arrivato ad avere la nausea delle verdure. Uno dei risvolti migliori per quanto riguardava i Confederati durante la guerra era che la maggior parte dei vegetali cresceva sul loro territorio, e quindi erano costretti a mangiarne di più.

I tempi migliori, i tempi peggiori...

Sembrava proprio una follia, uomini fatti quasi solo di ossa che correvano per le strade, dando la caccia alla gente in carne e ossa come cani, e poi trasformando loro in scheletri. Non era certo il genere di mondo nel quale uno si sarebbe aspettato di risvegliarsi, non aveva niente del Giorno del Giudizio. Quella era una possibilità che avevo decisamente scartato. E allora, se non era opera del Reggitore dei Mondi, che cosa c'era all'origine di tutto ciò? Cosa significava, allora?

Intanto significava una mia piccola felicità personale, anche solo per aver rivisto la mia vecchia casa di Springfield. La raggiunsi allo spuntare dell'alba, dopo aver camminato tutta la notte in mezzo alla follia. Devo riconoscere che la vista della sua struttura massiccia, le cinque finestre allineate all'ultimo piano, persino lo steccato bianco all'ingresso, apparentemente inalterato, mi rincuorò. Ma quello cos'era? Quando entrai dalla porta principale, scoprii la ragione per cui la casa non era cambiata. Era stata trasformata in un museo! Corde munite di nappe erano tese attraverso le stanze, e sui tappeti c'erano le scritte "Non calpestare". Dio mio. Mi chiesi cosa avrebbe detto Mary.

E poi eccola là, che avanzava verso di me mentre facevo il giro della casa, quasi timorosa di toccare qualunque cosa per via di tutti quei cartelli.

«Papà...»

«Mary.»

Era entrata dritta dalla porta principale mentre io ci stavo passando davanti per passare all'altra parte della casa; ci fermammo di colpo, come due adolescenti nella fase del corteggiamento, prima che lei mi corresse incontro e mi abbracciasse alla vita.

«Oh, Abramo, cosa è successo? Come è possibile...?»

«Non lo so, mamma, ma è così, ed eccoci qua.»

Lei mi guardò, ed essendo ormai abituato a cercare i lineamenti attorno a tutti quei teschi e e quelle ossa, vidi il suo volto. Era un volto anziano, ma era come l'avevo conosciuto per la prima volta tanto tempo prima, prima che fosse assalito da tutte le sue paure, prima che la morte dei piccoli Willie e Eddie la derubassero di tutta la sua forza.

«Bontà divina, mamma, credo proprio che tu stia sorridendo.» Mi strinse forte. Devo confessare che ero estremamente impreparato al ritorno della bella che mi aveva accalappiato.

«Mamma,» dissi, stringendola anch'io, e lasciando che tutti i vecchi ricordi mi ritornassero in mente. «Non è proprio come pensavo che sarebbe stato, ma è bello lo stesso,» disse Mary, e io guardai dietro di lei e lì sulla porta c'erano Eddie e Willie, esattamente com'erano prima che la malattia li portasse via, e dietro di loro c'era il mio Tad, che feci fatica a riconoscere, perché era più alto e più vecchio dell'ultima volta che l'avevo visto.

«Voi piccole pesti!» tuonai, un po' troppo forte, temo, perché colsi Mary alla sprovvista facendola indietreggiare. Ma io ero già alla porta, a prendere tra le braccia i due ragazzini, uno per parte, trascinandomi dietro Tad e facendomeli girare attorno per sentirli di nuovo tra le mie braccia.

«Salve, signor Presidente,» disse Tad tra il serio e il faceto, salutandomi con la sua solita pronuncia blesa.

«E tu, Eddie, non hai nulla da dire al tuo comandante in capo?»

Mi mise le braccia al collo, e cielo, sentendolo così mi venne da piangere, perché era lui, tutto intero, e non un fantasma.

«È quello che ho sempre sognato, Abe, come ho sempre voluto che fosse il Paradiso, noi tutti ancora assieme,» disse Mary, e dannazione non riuscì a trattenersi, e scoppiò in lacrime, e noi tutti con lei.

Pensai brevemente a come poteva sembrare stupido, cinque scheletri che piangevano e gridavano in un museo, ma la verità è che più il tempo passava, meno vedevo che eravamo scheletri, e più il fioco fantasma di quello che eravamo era l'unica cosa che vedevo.

«Bene, mamma, non so se questo è il Paradiso, ma è di certo quello che abbiamo.»

«E se solo Robert fosse qui,» disse lei, «non mancherebbe niente.»

«Robert!» esclamai, pensando al mio primogenito. «Dov'è?»

«Non lo so,» disse Mary tristemente. «L'ultima volta che l'ho visto ero...» Per la prima volta da quando era entrata da quella porta vidi una traccia di quella malinconia che l'aveva tanto oppressa. Rabbrividii al pensiero che potesse tornare.

«Bene, mamma,» dissi allegramente, «sono sicuro che tornerà. Saprà certo dove trovarci.» Misi giù Eddie e Willie, e subito si infilarono sotto le nappe, alla ricerca dei vecchi posti dove giocare.

«Abe, tu credi che...» disse Mary speranzosa, guardandomi con quegli occhi che mi imploravano di parlare per lei.

Io abbassai lo sguardo su di lei e sorrisi. «Mary, la casa è nostra,giusto? E se l'hanno trasformata in un museo, immagino che non ci siano altri proprietari legali che quelli per i quali l'hanno trasformata in un museo, non trovi?»

«Oh, papà!» Di nuovo mi abbracciò. Non potevo dire che tra di noi mancassero momenti di tenerezza. «Abe, sono così felice, sarà tutto come una volta.»

Eppure, sentendo il clamore all'esterno, i rumori di un'intermittente violenza, non ero certo che sarebbe stato proprio così.

 

2

 

Fui sorpreso di constatare che almeno all'inizio lo fu. Ero compiaciuto, e non poco esterrefatto, dell'estremo rispetto accordatoci dopo il nostro reinsediamento nella vecchia casa di Springfield. Ai primi giorni di violenza e sconvolgimento seguì una specie di calma, almeno nella nostra parte del mondo. Capivo che quelli come noi avevano più o meno occupato la città, ma che molti umani si nascondevano o stavano fuggendo verso altri luoghi. I visitatori che accogliemmo in quei giorni venivano dalla strada, e dovetti ammettere che la loro sorpresa di fronte al legittimo proprietario era comica a vedersi.

Dopo un poco venimmo lasciati per lo più in pace. Occupai piacevolmente il mio tempo leggendo e mettendomi al corrente sul nuovo mondo. Alcune passeggiate alla biblioteca locale, con Eddie e Willie al seguito, mi concessero sufficienti sguardi a enciclopedie e giornali recenti per darmi almeno il sapore degli stupefacenti cambiamenti subiti dal mondo negli ultimi centotrenta anni. I traumi maggiori mi vennero inferti dalla scoperta dei progressi degli scienziati. Se non erano stati loro a causare il recente evento di cui facevo parte, di certo si erano occupati di molti altri progetti. Il telefono, e soprattutto la televisione, erano per me giocattoli nuovi e meravigliosi, e nonostante non li avessimo in casa, non passò molto tempo prima che ne comprendessi l'utilizzo. Aerei a reazione, l'automobile, i progressi della medicina, tutte queste cose erano fonte di stupore.

La mia istruzione in così breve tempo fu comunque maggiormente incrementata da una scoperta casuale, che si rivelò piacevole e inattesa, nell'ingresso della nostra casa di Springfield, che mi tenne occupato per un po' di tempo. A quanto pare uno dei responsabili del museo, nel tentativo di aumentare la vitalità storica del luogo, aveva installato in una delle nostre vecchie librerie una collana completa rilegata in pelle delle biografie dei presidenti degli Stati Uniti. Devo ammettere che quelle dei miei predecessori mi interessavano poco. Ma quelle di coloro che avevano governato dopo di me mi fornirono un panorama completo dei quadri politici generali della Nazione e del mondo da quando me n'ero andato. Non so quante ore ogni giorno rimanessi chiuso nel mio studio, affondato nella mia poltrona, con una gamba sul bracciolo per stare più comodo, ad assorbire quella testimonianza vivente. Ammetto persino di aver letto il volume dedicato a me stesso, scritto da un tizio di nome Sandburg. Allora mi dissi che volevo solo un riferimento, per stimare l'accuratezza degli altri volumi, ma ora so che si trattava di orgoglio. Lo abbandonai imbarazzato da tante lodi.

E così passava il nostro tempo a Springfield. Nonostante fossimo fantasmi, dimostrammo di possedere ancora mediocri appetiti. Pur lamentandosi della mancanza di servitori, Mary era assolutamente contenta di cucinare sul funzionale fornello il cibo che Tad ed io portavamo a casa dalle nostre rapide scorrerie nei negozi vicini. Era interessante vedere come il cibo venisse ingerito, e come scomparisse tra le nostre labbra spettrali, lasciando intatto il bianco scheletro all'interno.

Mary aveva la sua casa, e tranne che per le rare passeggiate in mia compagnia, Eddie, Willie e Tad erano sempre tenuti sott'occhio a causa delle paure di Mary, non tutte senza fondamento, che fuori potesse loro accadere qualcosa. Ma i ragazzi, specialmente i due più giovani, si divertivano a combinare monellerie in casa, trasformando oggetti che i conservatori dovevano aver creduto inestimabili in reliquie distrutte. Mary era particolarmente felice in quel periodo, ma io vedevo lievi indizi dei suoi vecchi mali, soprattutto nella paura che le impediva di lasciare la casa.

«Non possiamo starcene qui dentro per sempre, mamma. Che ci piaccia oppure no, là fuori c'è un mondo che non resterà immobile per noi.»

«Perché no! Una volta noi abbiamo dato loro tutto, non dobbiamo nulla al mondo.»

«Mamma...» tentai di farla ragionare.

«No! Ti prego, Abe, presto arriverà anche Robert, ed ogni cosa sarà perfetta.»

«Mary, non posso vivere così. È come» - tentai di evitare di dirlo, ma dannazione, l'analogia calzava a pennello - «essere tornato nella tomba.»

Conoscevamo entrambi molto bene il suo comportamento, la vecchia paura attanagliante, e per un certo periodo me ne lasciai influenzare, perché mi sentivo in colpa e responsabile per lei.

 

3

 

Un giorno, però, poco dopo che ebbi finito l'ultima delle biografie, sentii il tetto della casa opprimermi come una bara che si chiudeva, e dovetti uscire.

«Dove stai andando!» disse Mary con voce stridula, vedendo che indossavo il mio vecchio cappello a cilindro che i custodi erano stati tanto gentili da salvare.

«Solo fino alla biblioteca, mamma,» mentii.

«Vorrei che non andassi nemmeno fino lì, qualcosa potrebbe...»

«Qualcosa potrebbe succedere anche qui,» dissi, quasi irritato. Mi accorsi di una rabbia insolita che mi cresceva dentro, una rabbia che faticavo a controllare. «Potremmo venire schiacciati da un meteorite precipitato dallo spazio. Un pazzo potrebbe entrare di corsa dalla strada con una bomba. Devo uscire, Mary.»

E senza voltarmi, mi tolsi il cappello e uscii. Non andai alla biblioteca, e mi diressi invece al mio vecchio ufficio legale. Anche quello, come avevo appreso dalle mie letture, era stato conservato. Desideravo rivedere il luogo in cui avevo lavorato. Ero a metà strada quando un rumore lungo la via mi costrinse a voltarmi per vedere da cosa fossero provocate tutte quelle grida.

«Papà! Papà!» gridava Eddie correndomi dietro con Willie alle calcagna.

I due si fermarono di fronte a me.

«Permesso di accompagnarvi, signore,» disse Willie.

«Vostra madre sa che siete qui?» chiesi con severità.

Willie sorrise. «No. Sta aggiustando un completo per Tad. Lo fa stare in piedi su una sedia.»

«Beh...»

«Per favore, papà, per favore!» implorò Eddie.

«Prometto che saremo buoni,» disse Willie.

«D'accordo,» concessi, segretamente felice di avere compagnia, «ma dovrete spalleggiarmi con vostra madre, più tardi.»

«Racconteremo tutte le bugie che vorrete!» disse Eddie.

Io risi forte, come uno sciocco, proprio lì in strada. «D'accordo, peste che non siete altro, saltiamo tutti nella stessa barca.»

Quando arrivammo all'ufficio fui piacevolmente sorpreso di vedere il mio socio Billy Herndon in persona in piedi sulla soglia ad accogliermi.

«Allora è vero,» disse. Sul vago fantasma del suo volto dalla carnagione scura c'era un misto di incredulità, meraviglia, e, credo, sollievo.

«Perbacco, Billy,» dissi mentre Eddie e Willie correvano nell'ufficio, urlando dal piacere di trovare tutte le vecchie carte da sparpagliare, e un sacco di oggetti da rompere, «credo proprio che tu sia ubriaco.»

«Grazie a Dio lo sono, signor Lincoln,» disse richiudendo la porta a chiave dopo che fummo entrati nella stanza.

Sulla scrivania di Billy, come mi aspettavo, c'era una bottiglia di bourbon vuota per un quarto, e lì accanto, nel cestino, ce n'erano altre tre vuote. Il resto della stanza era come me lo ricordavo, con tanti libri impilati in cataste casuali, tranne per l'aggiunta di un televisore, acceso ma senza immagine, e una radio, anche quella accesa ma che emetteva solo un sibilo.

«Dormi con questi aggeggi accesi, Billy?» gli chiesi.

«Si accendono periodicamente,» disse. Mentre parlava si versò un altro drink. «Ci sono notizie da entrambe le parti. È un modo per tenersi in comunicazione.»

«Capisco...» dissi.

«Signor Lincoln, non vi ha contattato nessuno?»

Lo guardai stupito. «Contattato

«C'è della gente a Springfield, gente dei nostri, qualcuno dei vecchi tempi. C'è un movimento per ottenere un minimo di organizzazione, per trovare qualcuno adatto al comando...»

Smise di parlare per bere il bourbon, e come sempre rimasi colpito dalla spettralità del gesto, al quale partecipava solo il sudario umano, mentre il bourbon non andava oltre le labbra socchiuse, lasciando il bianco scheletro intatto, escluso. Ma l'alcool sembrava comunque sortire un certo effetto.

Si raddrizzò, alto e magro, e mi fissò con i penetranti occhi neri. «Non sapete di cosa sto parlando, signor Lincoln?»

«No, Billy, non lo so.»

«C'è un'altra guerra! Noi contro... loro!» Si fermò di nuovo per versarsi un drink.

«Non sembri essere molto attratto dall'idea, Billy.»

«Come potrei esserlo! Come può esserlo chiunque! Sapete quanto... bizzarro è tutto questo?»

«Sì, lo so,» risposi. «Sto cercando di risolvere questo enigma da quando è iniziato.»

«Cosa c'è da risolvere?» gridò quasi. Persino Eddie e Willie smisero di depredare la mia scrivania per il tempo necessario a guardarlo.

Abbassò la voce e mi guardò con aria da cospiratore. «Signor Lincoln, gli scienziati, quelli umani, hanno detto che la terra è entrata in una specie di nube nello spazio. Se ne è discusso parecchio alla televisione prima che la maggior parte dei canali smettesse di funzionare. Ci sono state delle comunicazioni anche dalla nostra parte. Per me sono tutte chiacchiere. Il fatto puro e semplice è che eravamo morti e adesso siamo vivi. Tutti vivi. Tutti sono tornati, dagli uomini delle caverne a Gengis Khan. Perfino Stephen Douglas!»

«Douglas!» Risi al pensiero del piccolo democratico.

Anche Billy colse l'ironia nella giustapposizione di Gengis Khan e Stephen Douglas, e rise assieme a me.

«Ma il fatto è, signor Lincoln,» proseguì, «che c'è una lotta in corso per decidere chi prenderà in mano le cose. Una grande lotta. E... c'è bisogno di uomini in gamba per vincere la lotta.»

Avevo già capito dove voleva arrivare, e lo interruppi prima. «Non sono ancora riuscito a risolvere questo enigma, Billy. Ritengo che mi ci dedicherò ancora per un po' di tempo, in solitudine, se non ti dispiace.»

«Come potete parlare così?»

«Perché è così che mi sento. E Mary...»

«La signora Lincoln?» disse Billy con cautela. Non erano mai andati d'accordo, da quando il povero Billy, tanto tempo prima, aveva commesso l'errore di paragonare Mary, molto schiettamente, a un serpente.

«È... sempre lei,» dissi. «È stata felice durante le ultime settimane, Billy, e vorrei che restasse tale, per quanto mi sarà possibile, entro certi limiti.»

Soppesò le mie parole. «Il che significa che non avete intenzione di nascondervi in casa per sempre...»

«No, non potrei farlo. Ma farmi coinvolgere in questa guerra tra i vivi e i risorti...»

«Signor Lincoln, è molto più di questo!» Sapeva di aver conquistato il mio interesse, e non allungò la mano verso la bottiglia.

«Dimmi cosa intendi, Billy.»

«C'è la guerra all'interno della nostra gente! Pensateci! Tutti gli uomini malvagi della storia riportati improvvisamente in vita, assieme ai buoni! Caligola come Carlomagno, Cromwell come Washington, Napoleone...»

«Certamente Washington è più abile di me...»

Si interruppe per bere ancora. «Washington è morto. Sono morti in molti. Combattono già da tempo. I rapporti della televisione sono stati orribili. Un uomo di nome Hitler è salito al potere per un poco in Europa, prima di essere falciato dalle forze di Napoleone, il quale a sua volta è stato assassinato tre giorni fa. Le alleanze sono state costituite e infrante centinaia di volte. Il caos regna su ogni continente. E naturalmente gli umani sono sempre là fuori, attaccano in forze ridotte, si uniscono in bande, aspettano...»

«Questo è impossibile,» dissi scuotendo la testa. Per la prima volta da quando mi ero svegliato, l'antica disperazione mi piombò addosso, distruggendo tutto lo stupore delle ultime settimane, e mostrandomi che poteva anche essere un mondo diverso, ma era sicuramente sempre lo stesso. «Billy...» dissi lentamente.

«Sì, signor Lincoln?»

«Hai notato una certa... cattiveria dentro di te, la rapidità all'ira, alla violenza, che prima non c'era mai stata?»

Fece una pausa per finire di bere. «Sì. È una delle ragioni per cui mi sono chiuso qui dentro con queste bottiglie.»

«E hai notato che nonostante questa rabbia latente si intensifichi di fronte agli umani, esiste anche nei confronti di quelli come noi, specialmente quelli che non rientrano nei nostri piani?»

«Sì.»

«Cosa ne deduci, Billy?»

«Cosa ne deducete voi,signor Lincoln?»

«È la mia perplessità più grande, Billy. Gli esseri umani sono sempre stati una razza violenta, ma credo che siamo stati salvati dalla moderazione del pensiero.» Sorrisi debolmente. «Se non dalla moderazione nell'uso dell'alcool.»

«Sì... signor Lincoln,» disse Billy, restituendomi il fiacco sorriso.

«Ma in queste nuove circostanze, credo che ci troviamo di fronte a un processo fondamentale. Durante le settimane di lettura, mi sono imbattuto nella citazione di un uomo di nome Charles Darwin...»

«Qui ho il suo libro Sull'origine delle specie,signor Lincoln!» disse Billy, riportando alla luce il volume da sotto la pila sulla sua scrivania. Si mise a sfogliare le pagine, si fermò e cominciò a leggere.

Sollevai la mano per farlo smettere. «Sai che non ho pazienza per queste cose, Billy. Ringrazio la Provvidenza per le enciclopedie che ho trovato in biblioteca. Sono state loro a illuminarmi sul nocciolo della questione. L'idea della sopravvivenza del più forte.»

«Sì,» disse Billy.

«Pensavo che si trattasse di un'idea spaventosa, finché ci ho girato attorno e l'ho guardata meglio. Ha perfettamente senso. Ce l'abbiamo sempre avuta sotto gli occhi. Un animale, un uomo, si ammalava e moriva. Un altro, più forte, restava in vita. Se solo i deboli partorissero, presto non ci sarebbe più nulla. Ogni cosa cerca di migliorarsi. Se la guardi da questa angolazione, non è affatto deprimente, ma piuttosto sensato, non trovi?»

«Certo, signor Lincoln.»

«Così credo che siamo di fronte a questo. Mi ricorda quell'uomo che aveva due stufe. Una diventava bollente, l'altra solo calda. Una sera d'inverno tornò a casa con il fondoschiena congelato. Si sedette sulla stufa calda, e non successe molto. Poi si sedette sulla stufa bollente, e subito il fondoschiena si scongelò, e lui fu di nuovo un uomo felice.

«Credo che siamo di fronte a una stufa calda e a una bollente. Questa guerra con gli umani, beh, è una stufa calda. La battaglia fra noi stessi è quella bollente. Dobbiamo arrivare alla stufa bollente, e sederci sopra, o rimarremo tutti senza fondoschiena!»

«Esatto, signor Lincoln! Degli umani possiamo occuparcene più tardi. Se non riequilibriamo la nostra gente, estirpando i tiranni dalla storia, ci ritroveremo con un paese, e un mondo, nel caos. Questa è la sola possibilità per rendere il mondo sicuro per i principi democratici, una volta per tutte...»

«Naturalmente c'è un modo per sedersi su entrambe le stufe nello stesso momento, credo...»

Billy mi guardò come in aspettativa, e io mi sentii lo stomaco sottosopra. «Tutto ciò mi risuona troppo familiare, Billy. E il prezzo di tante vite...» «Accadrà comunque, signor Lincoln, con o senza di voi. E temo che senza di voi ciò che accadrà sarà una cosa terribile.»

Io strinsi il pugno, osservando le ossa attraverso la carne sottile curvarsi come artigli. Ancora non mi ero abituato completamente a quel nuovo aspetto, ed ero spaventato dalle mie nuove sensazioni. «Ma temo che questa violenza ci sfuggirà di mano.»

«Lo farà, a meno che non la imbrigliamo.»

Presi una decisione improvvisa. «No, Billy, non posso. Non posso fare questo alla signora Lincoln, e francamente non posso farlo a me stesso. Ho paura per il mondo, ma ci vorrebbe un uomo duro per fare questo lavoro. E io duro credo di non esserlo più.»

«Credo che lo siate, invece, signor Lincoln. Credo che voi, tra tutti, siate in grado di trovare un equilibrio per queste nuove emozioni, e di rivolgerle al bene pubblico.»

«Significherebbe mandare migliaia di persone, milioni forse, di nuovo nelle loro tombe, senza parlare dei milioni di umani che trasformeremmo nella nostra razza.» Mi battei il pugno sul palmo della mano. «Non posso permettermi di farlo. Non di nuovo...»

Billy mi posò la mano sul braccio. «Signor Lincoln, se voi non...»

Sollevai la mano. «Basta, Billy.» Mi voltai verso Eddie e Willie, impegnati a rompere le punte delle nostre vecchie penne contro la stufa nella stanza. Il mio cuore si riempì di soddisfazione alla loro vista, anche se stavo già reprimendo l'orgoglio e la bramosia di potere che Billy Herndon aveva risvegliato in me, assieme al senso di colpa per il fatto che poteva aver ragione sul mio conto.

«Andiamo, birbanti!» dissi ai ragazzi, rimettendomi in testa il cappello. Andai alla porta e attesi che Eddie e Willie accorressero, gridando mentre sgattaiolavano fuori dall'ufficio e sotto le mie braccia.

«Verremo a trovarvi, signor Lincoln,» disse Billy. «Ci sono altri che la pensano come me. Vi convinceremo in fretta.»

Io indicai la stufa, che essendo estate era spenta. «Quella stufa è fredda, Billy, e io sono come lei.»

Poi me ne andai.

 

4

 

Vennero davvero a trovarmi, pochi giorni dopo. Faceva un caldo infernale, tutto d'un tratto; era la fine di giugno, la prima ondata di caldo dell'anno. Mi vantavo di essere riuscito a scoprire il funzionamento delle macchine in casa nostra che raffreddavano l'aria, procurando a tutti un gran sollievo. Non ricevevamo visite, e dato che non avevamo né televisore né radio, sapevamo solo che il mondo esterno si era per la maggior parte acquietato. Di tanto in tanto c'era un po' di tafferuglio per strada, ma nessuno venne a disturbarci. Una o due volte uscii a cercare un giornale, ma ne erano stati stampati pochi, e quelli, purtroppo, fornivano scarse notizie sul caos che sembrava regnare ovunque nel mondo. Mi stancai di leggere vecchie notizie dalla biblioteca. Per lo più giocavo con i ragazzi, e restavo seduto a pensare.

Durante quei giorni Mary divenne anche più felice. Nonostante che al momento della sua morte fosse stata più vecchia di me, i suoi lineamenti avevano riguadagnato lo splendore giovanile. Credo che si rendesse conto che avevo superato una crisi interiore, e che dopotutto mi avrebbe avuto tutto per sé. Consumavamo magri pasti, e ne eravamo sazi, anche se uno dei viaggi al supermercato con Ted rivelò che le provviste sugli scaffali stavano diminuendo. In fondo alla mia mente la cosa mi infastidiva, e costituiva un altro presagio del cedimento che stava subendo l'ordine.

Billy Herndon e altri tre arrivarono dopo cena, mentre ero seduto sulla veranda ad ammirare il fatto che il sole, indipendentemente da quello che succedeva nel mondo, continuava a tramontare sfarzosamente come sempre. In cielo c'era una falce di luna, e godevo anche di quella. Il mormorio di Herndon e degli altri cessò quando giunsero al mio cancello, dove si fermarono un attimo in silenzio, incerti su come procedere.

«Signor Lincoln...» esordì infine Billy.

«Entrate, signori,» dissi, sollevando una lunga gamba dal bracciolo della sedia a dondolo, dove l'avevo lasciata a penzolare, e alzandomi in piedi. «Andremo nel mio studio a parlare.»

Quando attraversammo la casa Mary apparve e si aggrappò a me. «Papà, cosa succede?»

«Va tutto bene,» le dissi, tenendola stretta un istante, prima di lasciarla andare. «Solo alcune persone che sono venute a parlare con me. Ti ricordi Billy Herndon...»

Rivolse a Herndon un'occhiata a labbra strette. «Sì, mi ricordo...»

Billy chinò la testa. Credo che sentisse lo sguardo bruciante di Mary penetrarlo, mentre ci dirigevamo tutti nello studio.

Chiusi la porta, e provai una fitta vedendo Mary, chiaramente sconvolta, che si allontanava a passo greve verso un'altra parte della casa.

«Accomodatevi, signori,» dissi. Spostai una pila di libri da una sedia, e notai i lineamenti vagamente familiari che circondavano le ossa di un compagno di Billy, il volto sottile, il pizzetto. Degli altri due uno appariva ancor più familiare, e il terzo lo riconobbi immediatamente come Stanton, il mio vecchio segretario alla guerra.

«Signor Segretario!» esclamai calorosamente, stringendogli la mano. Fu allora che vidi che l'altro suo polso era ammanettato a quello dell'uomo col pizzetto.

«E questo cos'è?» chiesi.

«Signor Presidente,» disse Stanton, non senza calore, ma eludendo la mia domanda.

Poiché nessuno accennava a sedersi, andai dietro la mia scrivania e mi sedetti. Presi un fermacarte, un pesante globo di vetro che conteneva una miniatura della Casa Bianca, lo trattenni un momento, e lo rimisi con cura sulla scrivania.

«Vi ascolto, signori,» dissi.

Lo sconosciuto che mi sembrava più familiare parlò ad alta voce. Era un uomo anziano, all'incirca di un'ottantina d'anni, alto e sottile, con l'aria di chi ha trascorso del tempo al servizio del governo.

«Salve, papà,» disse, «sono io, Robert.»

«Robert!» esclamai. Feci per alzarmi, poi mi riappoggiai allo schienale, stravolto dal fatto che mio figlio, l'unico che fosse sopravvissuto fino all'età matura, adesso mi stesse di fronte apparentemente più vecchio di me di almeno venticinque anni. L'ultima volta che l'avevo visto era stato arruolato, su mia timida richiesta, come capitano nello Stato Maggiore del Generale Grant. Aveva ventidue anni. «Robert, non riesco a crederci!» Mi alzai finalmente in piedi, feci il giro della scrivania e lo abbracciai rigidamente. Avevo l'irreale sensazione di abbracciare mio nonno. Mi ritrassi e lo guardai. «Beh, certo che ne hai fatta di strada.» Indicai la porta. «Adesso te ne vai là fuori a baciare tua madre e i tuoi fratelli, immediatamente.» Aggrottai la fronte. «Sii gentile con tua madre, però, vuoi, Robert? Per lei sarà un bello shock.»

«Sì, signore,» disse. Fui sorpreso vedendo che guardava prima Herndon.

«Comunque è meglio che voi non siate qui,» disse Billy.

Robert annuì e uscì, richiudendosi la porta alle spalle.

Io rivolsi la mia attenzione a Billy, che dava l'impressione di essere decisamente disfatto.

«Non sei mai stato molto propenso ad ascoltare i tuoi discorsi sulla temperanza, vero, Billy?»

«Le cose sono peggiorate parecchio negli ultimi giorni, signor Lincoln,» disse Billy. «Solo gli Stati Uniti sono divisi in cinque territori, tre dei quali sono governati da autentici tiranni. Il sud, incluso il Messico, è stato preso da Aaron Burr, che ha sconfitto, e ucciso, Sam Houston. Lo chiamano il Secondo Alamo. La Florida è governata da Cortés. La sezione nord-orientale, inclusi Maryland, Virginia, e Washington D.C., è attualmente la più stabile, con tre governatori territoriali, nessuno dei quali è molto forte, alleati con un ex-presidente degli anni sessanta, Lyndon Johnson. Si dice che abbia nostalgia del Texas, che non ha il fegato di sopportare quello che sta succedendo, e vorrebbe lasciare qualcuno in carica per andarsene a sud. Burr gli ha promesso un governatorato. Naturalmente, questa stabilità potrebbe venire scossa in qualunque momento, ma abbiamo la sensazione che se Johnson venisse sostituito subito, ci sarebbe la possibilità di permanenza e crescita di un sistema democratico. La maggior parte dell'esercito è attualmente sotto il controllo di Johnson. Pensiamo che questa sarebbe la nostra ultima occasione di creare qualcosa di permanente dal nuovo ordine che si sta formando.»

«È tutto molto... interessante,» dissi prendendo il fermacarte dalla scrivania, sollevandolo e rimettendolo giù.

«Signor Presidente,» disse Stanton. «Permettetemi di essere franco. Thomas Jefferson è morto, John Adams è morto, sapete già che Washington è stato ucciso durante i primi giorni di combattimento. Hamilton a quanto pare è impazzito. Andrew Jackson è stato visto a New Orleans, ma si è riunito alla sua giovane moglie Rebecca e non ha alcuna ambizione di potere. Dei presidenti più recenti non abbiamo alcuna notizia certa, anche se molti, da quello che sappiamo, non vogliono avere niente a che fare con questa guerra, o non hanno ancora deciso. Siamo dell'opinione che alcuni non siano all'altezza del compito, e che alcuni siano addirittura pericolosi. In breve, signor Presidente, pensiamo che voi siate l'unico adatto all'impresa.»

Io aprii bocca per parlare, ma Stanton mi prevenne.

«Lasciatemi finire, se permettete, signor Presidente. C'è dell'altro. I precedenti capi degli Stati Uniti non sono i soli ad avere progetti sul nostro territorio. Ce ne sono altri, molti dei quali estremamente pericolosi, in Europa, Asia, e in quella che adesso chiamano Unione Sovietica, comprendente la Russia e i territori a est. Uno degli antichi dominatori dell'India ha già massacrato milioni di indù. Ci sono immensi arsenali bellici, alcuni di una potenza terrificante, pronti all'uso o già in fase di utilizzo in vari punti del globo. Questo non è un problema limitato agli Stati Uniti, e nemmeno alle Americhe. E poi naturalmente c'è il problema dei vivi...»

«Quello che il Segretario sta dicendo,» disse Herndon, «è che una volta rappacificati i "nuovi viventi", come li chiamiamo, ci sarà ovviamente un'altra lotta con quelli che erano già qui. Sappiamo che quando vengono uccisi diventano come noi, il che sembra un modo relativamente umano di gestire il problema. La convivenza è fuori questione. Voi ed io abbiamo già parlato di questa rabbia che sembriamo avere contro i viventi umani; apparentemente è incontrollabile, e possiamo solo concludere che ci sia una ragione per questo. Loro non vivranno con noi; noi non possiamo vivere con loro. Per come la vediamo noi, l'unica soluzione è di farli diventare come noi. Sarà una guerra oltre la guerra. Mi è parso che vi foste già reso conto di tutto questo, quando ve ne ho parlato.»

«Sì...» dissi, col cuore sempre più afflitto.

«Capite, vero, l'urgenza della faccenda, signor Presidente?» chiese Stanton.

Io lo guardai, guardai il silenzioso prigioniero ammanettato accanto a lui, con gli occhi bassi. Vidi che un tempo si era rotto un osso della gamba.

«Sì, capisco. Ma sfortunatamente, non posso essere d'aiuto.»

«Signor Presidente, non è possibile!» esplose Stanton. «Senza di voi, non c'è speranza. Le opere storiografiche di tutto il mondo citano voi, e ciò che avete fatto durante la Guerra di Secessione. C'è un uomo, Gandhi, che ha tentato di fermare lo spargimento di sangue in India, che vi ha espressamente menzionato per nome. È stato eliminato due giorni fa. Voi siete conosciuto,siete un uomo in grado di trascinare i popoli. Signor Presidente,» disse, sopraffatto dall'emozione, «c'è un treno, in questo istante, che vi aspetta per portarvi a Washington. Temiamo che un velivolo non sarebbe sicuro. Sono stati presi accordi con Lyndon Johnson per trasferire il potere domani a mezzogiorno. Ci varremo dell'opera di una vecchia Corte Suprema di giustizia. Radio e televisione diffonderanno la procedura in tutto il mondo. Voi dichiarerete che gli Stati Uniti d'America, a partire da domani a mezzogiorno, sono di nuovo una nazione sovrana, e che tutte le nazioni sono concretamente invitate ad unirsi a noi in un nuovo ordinamento democratico.» Aveva gli occhi pieni di lacrime. «Con voi questo può accadere. Senza di voi non abbiamo nulla.»

Mi sentii oppresso dal peso di una tristezza mai provata prima in vita mia, nemmeno nei giorni più oscuri della guerra.

«Signori,» dissi, indirizzando le mie parole sia ai miei due amici che allo sconosciuto ammanettato. «Io vi rispondo di no. Non posso, e non voglio esservi utile. E ve ne dico il motivo. Ho pensato a ciò a lungo e intensamente, e l'ho girato sottosopra, e ho scrutato nel profondo del mio cuore. Ho chiesto al Reggitore dei Mondi di farmi da guida, e sentivo di averne bisogno, più che mai in questo momento della mia esistenza. Ed ecco la mia conclusione.

«Sebbene la vostra causa sia grande, e in verità è grande, non posso farne parte. Qualsiasi uomo in possesso del senno della verità, che si facesse un esame di coscienza, concluderebbe che questa è l'unica via da seguire, ma io non posso camminare al vostro fianco. La colpa è mia.

«Ho creduto che la mia riluttanza procedesse dal non voler sottomettere Mary e la mia famiglia ad ulteriori sofferenze. Te l'ho detto l'altro giorno, Billy. La verità è che il dovere verrebbe come sempre al primo posto. Se il dovere ti stende un sentiero davanti, le tue gambe devono sorreggerti fino in fondo.

«Ma la verità è che non ho gambe abbastanza forti, e non sono in grado di percorrere quel sentiero. Sarei come uno storpio, e per voi costituirei un fardello.

«La prima volta avevo la forza necessaria per quel compito. Ricordo ciò che esso ha fatto a me, e alla mia famiglia. Ma ora la forza è scomparsa.»

In quel momento quasi mi misi a piangere. «Non servirei a nulla, signori, vivo o morto. Mi sento vuoto dentro. Non posseggo più la volontà di mandare degli uomini al massacro, per nessuna causa. Sento questa caratteristica di violenza nella mia nuova esistenza, e sono d'accordo con Billy che sia stata infusa in noi a ragion veduta e per il nostro miglioramento, eppure io non potrei farne uso. E se non posso usarla io, non posso aspettarmi che altri ne facciano uso in vece mia.»

Alzai lo sguardo su di loro. Billy si era avvicinato alla porta e sembrava essersi messo di guardia, ma continuava a guardarmi intensamente. Stanton, nel frattempo, aveva aperto le manette dell'uomo col pizzetto e si era allontanato da lui. L'uomo mi guardava fisso, con sorprendente malanimo.

«Signor Presidente,» disse Stanton, «questo è John Wilkes Booth, l'uomo che vi ha assassinato il quattordici aprile del 1865, piantandovi un proiettile dietro il cranio al Ford's Theater. È l'uomo che ha causato tanto dolore a voi e alla Nazione, che ha derubato voi della vita e gli Stati Uniti della possibilità di venire adeguatamente risanati.»

Osservai quell'uomo, e d'un tratto lo riconobbi. L'attore. Mary ed io l'avevamo visto diverse volte sul palcoscenico. Carl Sandburg l'aveva definito il mio assassino; si era rotto la gamba saltando giù dal mio palco dopo aver esploso il colpo fatale.

Davanti agli occhi vidi una rossa rabbia e sentii me stesso gridare. Quello era l'uomo che aveva tentato di distruggere l'Unione. Cercai a tastoni sulla scrivania, trovai il pesante fermacarte col quale avevo giocherellato prima, lo afferrai stretto. Non vedevo altro che una rabbia totale, e alzai il fermacarte sull'attore che si era fatto piccolo per la paura.

Quello...

Billy Herndon e il Segretario Stanton mi stavano tenendo. Ero piegato in due, e quando rialzai gli occhi, la porta della stanza si era aperta, e Robert era entrato.

«È finita?» chiese Robert.

«Sì. Vostro padre starà subito bene,» disse Billy.

«Padre,» disse Robert, «Devo confessarvi che sapevo...»

«Va tutto bene,» dissi. «È giusto che un uomo sappia ciò che è...»

Sbirciai sul pavimento il mucchietto di polvere che era diventato l'attore John Wilkes Booth; in mezzo troneggiava il fermacarte ammaccato con la miniatura della Casa Bianca intrappolata all'interno come un insetto nell'ambra.

Ripresi il controllo e mi raddrizzai.

«È in tutti noi,» disse con rassegnazione Billy Herndon. «E tocca a uomini come noi accertarsi che da ciò nasca il miglior mondo possibile.»

Misi la mano sulla spalla di Billy. «Sì,» dissi. «Hai ragione, naturalmente. Suppongo che a volte un uomo non sappia, o non voglia, vedere la scimmia appollaiata sulla sua schiena. Avevo sperato...»

«Voi siete l'unico che possa controllare tutto ciò,» disse Stanton. «Siete l'unico uomo attorno al quale possiamo radunarci tutti noi, in tutto il mondo.» Io mi allontanai, guardai fuori dalla finestra, e unii le mani dietro la schiena.

«Signor Presidente?» mi chiamò Stanton.

«Che Dio mi aiutidissi. Per un attimo restai in silenzio, poi continuai: «Robert, mandami tua madre. Devo dirle che è ora di preparare i bagagli per Washington.»

 

CAPITOLO SETTIMO

LE MEMORIE DI PETER SUN

 

1

 

Quando mi risvegliai nel fossato pensavo di essere solo, e invece mi ritrovai circondato da corpi. Non corpi, per essere esatto, piuttosto mucchi di vestiti cosparsi di polvere di morti.

Mentre stavo guardando, rannicchiato nel mio angolino nel fianco del fossato, dall'alto cadde un altro mucchio di vestiti, proprio a pochi passi da me. Fu allora che udii una rozza risata, e il dialogo tra due voci.

«Quello lì non darà più fastidio a nessuno. Qual è il prossimo crimine?»

La seconda voce, più pratica ed efficiente, disse: «Saccheggio. Furto di provviste alimentari altrui.»

«Benissimo.» La prima voce emise una specie di grugnito. Sentii una terza voce ansimare, e poi di nuovo la rozza risata della prima voce.

«È andato in atomi con facilità, vero, compagno?»

«Provvedi a lui,» disse la seconda voce, stizzita.

«Va bene.»

Un altro mucchietto di vestiti che seminavano una scia di polvere atterrò nel fossato.

«Prossimo?» chiese la voce rozza.

«Ubriachezza. Incetta.»

«Bene,» grugnì la voce rozza, e un altro mucchio di vestiti piovve dall'alto di fronte a me.

D'un tratto sentii una voce completamente nuova, un grido stridulo, e i rumori di una zuffa. La voce rozza imprecò, e poi una figura vestita di tutto punto cadde nel fossato davanti a me, carponi, e si rialzò. La faccia perplessa di uno scheletro guardò dritto nella mia, e spalancò le mandibole. Improvvisamente lo scheletro, avvolto nel sudario di una fisionomia vaga e spettrale di donna, guardò in su e cominciò ad agitare le braccia.

«Compagni! Compagni! Ho trovato...»

Esplose un colpo di fucile, e lo scheletro barcollò all'indietro e cadde in polvere.

La voce rozza rise. «Mi ha risparmiato la fatica di buttarla di sotto.»

«Avanti,» disse la voce pratica. «Il prossimo è un dissenziente politico. È stato sorpreso a pronunciare slogan antipartito.»

La voce rozza rise con disapprovazione, poi grugnì. «Direi due colpi di pala per questo, per i suoi terribili delitti.»

Un altro polveroso mucchietto di vestiti cadde davanti a me.

«Cosa ne dici di farne due alla volta, in modo che il lavoro proceda più in fretta?» rise di nuovo la voce rozza.

Altri due mucchi di vestiti.

Una pietra scalzata dal mio piede rotolò nel fossato facendo rumore.

«Hai sentito niente, compagno?» chiese la voce rozza.

Ci fu silenzio, durante il quale trattenni il respiro e rimasi perfettamente immobile.

«Niente,» rispose la voce pratica. «Continua.»

«Bene.»

Continuarono per quelle che mi parvero ore. Poi, finalmente, con estremo distacco, la voce pratica disse: «Abbiamo terminato.»

«D'accordo.»

Contai fino a sessanta, e stavo quasi per muovermi quando uno scheletro massiccio si lasciò cadere nel fossato con in mano una pala, e iniziò a osservare il mucchio di vestiti e la parete di fronte a me. Si spostò in giù alla mia destra, poi si voltò, e rivoltando i vestiti con la pala iniziò ad avvicinarsi a me.

Io mi nascosi nel mio cantuccio meglio che potei.

«Cosa stai facendo là sotto?»

Lo scheletro massiccio si fermò a non più di due passi a destra della mia nicchia, e il teschio guardò in su. «Prima ho sentito qualcosa.»

«Non essere stupido! Torna qui immediatamente!» ordinò la voce risoluta. La mano dello scheletro si strinse sul manico della pala, e sentii borbottare un'imprecazione.

«Cos'è stato?» chiese la figura di sopra. «Cos'hai detto?»

«Niente, compagno,» disse cupamente lo scheletro massiccio. «Sto arrivando.»

Iniziò ad arrampicarsi sulla parete del fossato, e ad un certo punto gli scivolò un piede proprio sul fondo del mio cantuccio, ma poi, con mio gran sollievo, continuò a salire.

Dopo pochi minuti, e molti rimproveri espressi dalla voce risoluta ed efficiente, sentii il rombo del motore di un veicolo, che partì e si allontanò.

Contai di nuovo fino a sessanta, poi rotolai fuori dal mio buco. Con cautela mi arrampicai sulla scarpata e guardai oltre il ciglio. La strada che costeggiava il fossato era deserta, e un furgone dell'esercito stava scomparendo dietro una lontana collina.

Appoggiai la schiena all'argine del fossato e inspirai profondamente l'aria fresca, rivolgendo un'occhiata al posto che mi aveva ospitato. Mi rilassai un momento, poi mi issai fuori dal fossato e seguendo il sole verso est, cominciai a camminare.

 

2

 

Non mi ci volle molto a capire che non sarei riuscito ad arrivare lontano con la luce del giorno, almeno non vicino alla strada, che era periodicamente invasa dal traffico proveniente per lo più dalla direzione di Mosca. Mi tenni in prossimità del mio amico fossato, e in più di un'occasione mi ci dovetti gettare dentro per evitare di essere scoperto da un convoglio di passaggio. Notai che tutti i veicoli militari erano guidati da scheletri, e il fatto non fece che aumentare la mia inquietudine.

Finalmente, scorgendo davanti a me la parvenza di un villaggio, mi scostai dalla strada e mi ci diressi tra gli alberi.

Mentre mi avvicinavo, la vista dei mucchietti di polvere bianca mi informò immediatamente che lì si era svolta una sorta di battaglia locale. Un capannello di case dall'aspetto desolato mi introdusse in una piazzetta cittadina, dove attorno a una fontana sovrastata dalla statua di Lenin c'erano altri mucchi di vestiti. Armi russe, in gran parte residuati bellici della Seconda Guerra Mondiale, giacevano sparse tutt'attorno, assieme a zappe, rastrelli e bastoni grezzi. Qualcuno aveva combattuto, lì, ma chi? Umani o scheletri?

«Erano brava gente,» disse una voce alle mie spalle, facendomi sobbalzare mentre ero ancora intento a fissare la fontana.

Mi misi in posizione difensiva, ma la vecchia donna umana che mi stava di fronte si limitò a sorridere. Si teneva vicino una scopa.

«Non ti serviranno i pugni contro di me, giovane uomo. Ai miei tempi ho visto di peggio, se riesci a credermi. I Tedeschi, le epurazioni, i campi di concentramento. Sotto altre forme, ma ho già visto tutto questo; ieri era tutto condensato in una volta sola.»

Mi rilassai leggermente, ancora sospettoso, e adirato con me stesso per la mancanza di cautela dovuta alla stanchezza.

«Sei qui da sola?»

Puntò la scopa verso il mucchio di vestiti. «Con loro. Ci sono tre miei familiari lì dentro, il mio stupido figlio, una figlia, e un nipote.»

«Cos'è successo?»

Camminando piano, mi passò davanti e andò a sedersi sul bordo della fontana, e appoggiò la scopa in terra accanto a sé. «Abbiamo combattuto, come facciamo sempre. E come sempre, abbiamo perso.»

«Tutta la città?»

«Tutti tranne me. Mi hanno lasciata in vita, per vendetta.»

«I soldati hanno fatto questo?»

Mi guardò sorpresa. «Certo che no. I soldati scheletri non sono arrivati che dopo il massacro. Hanno radunato tutti gli assassini e li hanno portati via per aggiungerli all'esercito. Devono averne parecchi per il loro esercito, adesso. Ieri qui c'era un ragazzo dell'esercito, un ragazzo umano, ma è morto assieme al resto della città.»

«Chi è stato?» Lei indicò oltre le cime dei tetti con la scopa. «Sono venuti da quella direzione, dal cimitero, tutti in una volta. Tutti i morti di questa città. E non avevano dimenticato.»

«Dimenticato cosa?»

Lei mi guardò. «Cosa? Cosa si prova ad essere vivi, naturalmente. Ci odiano.»

Cominciavo ad essere impaziente con quella vecchia donna delirante, e feci per allontanarmi, ma si mosse rapidamente e mi afferrò per un braccio, tenendolo poi stretto. «Se avessi saputo che ci odiavano, non li avrei aiutati.»

Abbassai lo sguardo su di lei. «Cosa stai dicendo?»

«Perdonami,» disse. Gli occhi le si erano riempiti di lacrime. «Qualcuno deve perdonarmi. Quando diventi così vecchio, pensi di non volere che la vita finisca.»

La fissai, aspettando che proseguisse.

«Io li ho aiutati!» disse. «Come potevo sapere che ci odiavano tutti, che ci volevano tutti morti! Mi hanno promesso salva la vita, se avessi rivelato loro tutti i nascondigli! Mi hanno promesso che tutti gli altri sarebbero stati soltanto trasformati in creature come loro! Come potevo sapere che quello stupido pazzo di mio figlio, e tutti gli altri, li avrebbero combattuti? Come potevo saperlo!»

Si aggrappò a me con le sue mani da vecchia. «Li hanno raggruppati qui vicino alla fontana, tutta quanta la città, e gli scheletri li hanno uccisi una volta, e poi li hanno uccisi ancora! E si sono trasformati in questo!» Mi lasciò andare, raccolse la scopa, e con essa sfiorò la polvere. «Li ho implorati di uccidere anche me, ma non hanno voluto! Adesso tu devi uccidermi!»

Si mise a scopare la polvere, scuotendola dai vestiti, cercando di pulire. Mi allontanai da lei, e lei mi seguì, cadendo nel mucchio di polvere, strisciando dietro di me, gemendo. «Va bene, confesso! Tutte le altre volte, quando sono arrivati i Tedeschi, quando ci sono state le epurazioni, anche allora ho detto dov'erano i nascondigli! Volevo vivere! Ma ora voglio morire

Mi strisciò dietro come un insetto, e io mi ritrassi, e poi mi girai per correre via verso la parte opposta della città. La sua risata folle mi raggiunse. «Io ti conosco! Io so chi sei! Ho visto la tua foto alla televisione! E così è questo il tuo nuovo mondo, il tuo mondo di pace e democrazia? È questo che volevi?»

Corsi finché non potei più udire le sue parole, e mi lasciai la città alle spalle.

 

3

 

Avevo così appreso che l'esercito degli scheletri era già passato. Forse, allora, le zone lontane dalle strade principali erano sicure. Trascorsi il resto della mattina nei boschi al limitare della strada, attento a sentire l'occasionale rombo degli autocarri.

Vidi un altro villaggio discosto dalla strada, e mi ci diressi.

Quello si rivelò essere interamente vuoto, più piccolo del primo, con poche case, poco più che capanne, e una piazza coperta di rifiuti.

Una delle capanne era piena di cibi essiccati, e feci un pasto, raccogliendo poi in un lenzuolo tutto quello che potevo trasportare. Controllai il resto delle abitazioni, in cerca di una radio o un televisore che funzionasse, ma non ne trovai, e proseguii in fretta.

Decisi di restare nella campagna. Allontanandomi dalla strada, mi inoltrai in una piccola valle boscosa, nella quale non si sentiva nessun suono tranne il canto degli uccelli e lo squittire degli scoiattoli. Mi fermai un istante a osservare una gallina che covava le uova nel nido, rammentando tutte le volte che la natura mi aveva dato sollievo quando il mondo degli uomini diventava troppo pesante da sopportare.

L'idillio venne interrotto dall'arrivo di un uccello scheletro che sfrecciò attraverso il mio campo visivo per puntare malignamente nel nido della gallina. Ci fu un'esplosione di piume, e uno strido acuto e prematuramente interrotto. La gallina cadde a terra morta, solo per trasformarsi in una creatura scheletrita e volare su per unirsi all'altro scheletro aviario nel beccare le uova e farle precipitare fuori dal nido. Cessarono la loro attività per guardarmi, e quello che poco prima era un uccello emise uno strido rabbioso.

Proseguii, percorso da un brivido temporaneo. Da quel momento in poi notai tutti i buchi rivoltati nel suolo della foresta, specialmente vicino ai tronchi degli alberi, dove le carcasse degli animali morti erano ritornate in vita.

Fu con sollievo che mi lasciai alle spalle quella vista, solo per sbucare dagli alberi sul fondo della valle di fronte a una vista ancora più fantastica.

Nella radura, che misurava grosso modo come un campo di calcio, c'erano i resti di un MIG sovietico. Era come vedere l'immagine di un sogno, totalmente fuori posto nello scenario della fitta boscaglia. Mi ricordò una favola per bambini, ma il contatto col freddo acciaio fu sufficiente a riportarmi alla realtà.

Doveva essere stato un atterraggio incredibile. Seguii con lo sguardo le cime recise degli alberi, che partivano dalla coda dell'aereo e non si riusciva a vedere dove cominciassero. Il pilota doveva essere scivolato sulla cima degli alberi fino ad atterrare in quel posto. L'aereo si era piegato nettamente in due, altrimenti sarebbe rimasto intatto.

Sempre guardingo, mi avvicinai alla cabina di pilotaggio. Il tettuccio era alzato. Pronto a tutto, posai a terra il mio fagotto di cibo e mi sollevai per sbirciare all'interno.

La cabina era vuota, ma c'era del sangue. Non lo considerai né un segno buono né un segno cattivo. Capii solo che con ogni probabilità un pilota umano era atterrato lì col suo aeroplano. Cosa poteva essere diventato...

Mi lasciai cadere a terra e ripresi il fagotto del cibo. Attorno all'aereo l'erba era stata calpestata, e non da un uomo solo. Con cautela seguii la traccia, che conduceva nella boscaglia, e di lì a un sentiero sgombro, segnato dai solchi delle ruote di un carro. Proseguii su quella pista, e mi inoltrai nel profondo della foresta. Gli alberi si chiudevano su di me come un baldacchino. Lo scheletro di uno scoiattolo mi guardò da un ramo. Attesi che mi saltasse addosso, ma squittì e scappò via.

Vidi altri scheletri di animali, un coniglio, e in lontananza quello che sembrava lo scheletrico profilo di una volpe in fuga. Due scheletri di grossi uccelli, che avrebbero potuto essere nemici naturali, si battevano in cielo a bassa quota. La foresta era piena di strane grida.

L'unico animale vivo che avevo visto era stata quella gallina.

Sentii dei rumori di fronte a me. Mentre mi avvicinavo mi legai il fagotto del cibo sulla schiena e mi arrampicai su un albero ramificato. Avevo imparato ad essere silenzioso, tanto tempo prima in Cambogia. Nemmeno un gufo notò la mia presenza, quando gli passai accanto.

Più salivo in alto, più l'albero si arcuava sopra i rumori. Scorsi tra i rami un carro di legno, e continuai ad arrampicarmi verso l'esterno. Presto raggiunsi un posto che si affacciava splendidamente sulla scena che si svolgeva sotto di me.

Un carro rozzamente coperto, attaccato a un cavallo di piccola taglia, era circondato da tre uomini. Entrò in scena una donna che portava una bracciata di verdure apparentemente commestibili trovate nella foresta. Uno degli uomini prese una pentola dal carro, e ci buttò dentro le verdure. Subito apparve un'altra donna con una brocca d'acqua che svuotò nella pentola mentre due uomini cominciavano a preparare il fuoco.

«Questo sarà un buon pasto!» disse allegramente uno degli uomini in un dialetto russo di cui non riuscii ad identificare la provenienza.

Fortunatamente erano tutti umani. Mi sistemai il più comodamente possibile sul mio trespolo e osservai.

In breve tempo avevano acceso un fuoco sotto la pentola. Erano esperti uomini della foresta, e dal profumo che giungeva fino a me anche ottimi cuochi. Pensai al pacco di gallette secche legate alla schiena e mi resi conto che era trascorso più di un giorno dal mio ultimo pasto decente. La fame mi assalì come un'ondata, ma la tenni a bada. Ormai da molti anni non sentivo più i morsi della fame, ma controllarla era uno dei molti talenti che riscoprii immediatamente.

Li osservai cucinare, e mangiare. Durante il pasto una delle donne andò al carro coperto con un piatto di cibo. Dall'interno provenivano gemiti di dolore. La donna uscì e nello stesso strano dialetto disse: «Non vuole mangiare nulla.»

L'uomo con la voce allegra si strinse nelle spalle. «Allora morirà.» Senza guardare verso l'alto, ma alzando la voce, disse: «Forse il nostro amico sugli alberi vorrebbe mangiare qualcosa!»

Tutti mi fissarono e scoppiarono a ridere. Mi sentii come un ragno in trappola. In quel momento chiunque di loro, con un'arma, avrebbe potuto abbattermi. Ma quello con la voce allegra fece un cenno con la mano e disse: «Vieni giù, amico mio.»

Io scesi dall'albero e avanzai nella radura.

«Sei bravo, non fraintendermi,» disse sempre quello allegro. Prese un lembo della mia camicia tra il pollice e l'indice. «Ma ti sei scordato i vestiti. Risaltavi come l'aquilone di un bimbo impigliato tra i rami di quell'albero.» Mi strinse la mano. «Io sono Sasha.» Si rivolse agli altri, e mi presentò i due uomini più giovani come i suoi figli, Tibor e Caspian. Le donne, che restarono indietro, non mi vennero presentate.

«Siediti, e mangia,» mi disse.

Mi acquattai vicino al fuoco. Una delle donne, con i capelli lunghi e neri, mi servì, senza degnarmi di un'occhiata. L'altra, dai capelli rossi e ancora più lunghi, mi guardava, ma da lontano. Mi sentivo sotto esame.

«Io lo conosco,» disse infine la seconda donna.

«Reesa, non sei stata interpellata.»

La donna scrollò le spalle e si allontanò.

Sasha si chinò su di me e disse: «Tu sei Peter Sun.»

«Sì.»

«Sei un brav'uomo. Ma non sempre, vero?»

Esitai prima di rispondere. «No, non sempre.»

Mi diede una pacca sulla schiena. «Sei sincero.»

Mi chiesi come facesse a conoscere tali cose di me. Non erano Cinesi, e non erano Cambogiani, e quei giorni erano passati da tanti anni. Sentii che gli altri mi guardavano più da vicino.

«Forse è meglio che me ne vada,» dissi, mettendo giù il cibo, e disponendomi ad alzarmi.

Sasha mi mise una mano sulla spalla e mi fece sedere di nuovo. «Sciocchezze,» disse. «Qui nessuno ti farà del male. Non è vero, Tibor? Caspian?»

I due figli, a turno, annuirono, sebbene i loro occhi non fossero completamente amichevoli.

La donna dai lunghi capelli rossi, che stava pulendo la pentola, mi guardò con freddezza.

Dal carro venne un lamento di dolore.

«Vieni con me,» disse Sasha. «Ti dimostrerò che non vogliamo farti del male.»

Camminai con lui fino al carro. All'interno c'era un uomo in uniforme, ovviamente il pilota del MIG abbattuto, sdraiato supino su un mucchio di trapunte. Era coperto con un lenzuolo, e aveva un aspetto febbricitante; agitava la testa da una parte all'altra.

Sasha tirò indietro il lenzuolo e indicò il polpaccio dell'uomo. «Se l'è rotto, qui, quando è atterrato,» disse. «È stato spettacolare da vedere, è stato colpito da altri due MIG. L'abbiamo tirato fuori dai rottami, e Reesa gli ha aggiustato la frattura.» Mi guardò negli occhi. «Un tempo l'avremmo annegato nella pozza più vicina, a causa dell'uniforme che indossa.» Sorrise. «Ma è sorprendente la differenza che può fare un giorno, e adesso non è un nemico, ma un amico. Tutti noi abbiamo un nemico più grande.»

«E io?»

Gli si illuminò il volto. «Tu? Tu non sei mai stato un nemico, Peter Sun. O qualsiasi nome tu stia usando oggi.»

«Ma il modo in cui i tuoi figli mi guardano...»

Mi posò la mano sulla spalla. Nei suoi occhi c'era una tristezza dura. «Loro non ti odiano, amico mio. Hanno solo soggezione di te.»

Nella mia vita avevo visto molto, ma mai qualcosa di simile. «Non capisco.»

La sua risata risuonò di nuovo. «Non serve che tu capisca! Saprai tutto al momento giusto.»

«Dovrei comunque andarmene.»

«No,» disse Sasha. «Non credo che tu lo desideri. Persino la foresta adesso è piena di pericoli. Un uomo da solo non sopravvivrebbe a lungo. Noi conosciamo bene questi boschi, e stiamo andando a est, proprio come te. Inoltre,» aggiunse, riprendendo il suo sorriso triste, «sappiamo che tu verrai con noi!»

Stavo per parlare quando Sasha mi strinse la spalla, e continuò: «Abbiamo del caffè. Vieni a berne un poco.»

Dopo aver coperto il sofferente pilota, mi ricondusse accanto al fuoco.

 

4

 

Rimasi. Stranamente, non mi sembrò che la mia decisione fosse completamente cosciente. Di rado nella mia vita sono stato bene all'interno di un gruppo; perfino durante i giorni che avevano preceduto l'attuale follia, mentre stavo organizzando il raduno a Mosca, non ero mai stato del tutto a mio agio con le persone convocate da Jon Roberts. Spesso avevo sentito il bisogno di andarmene, di stare solo.

Eppure mi ritrovai a far parte di una strana banda, e contento di farne parte. Provavo una sorta di conforto nell'affidarmi a uomini e donne che conoscevano così bene quella foresta.